Finita una stagione durata sedici anni nel perimetro Volkswagen-Audi, undici dei quali sotto il controllo totale del gruppo tedesco, Italdesign torna a proporsi sul mercato. L'obiettivo è allargare il mercato, senza rompere con Audi, che resta azionista e cliente, ma riaprendo il dialogo interrotto da tempo con altri grandi costruttori.Da ieri il cambio di fase è anche formale. Si è infatti conclusa l'operazione annunciata lo scorso dicembre: la tech company indo-statunitense Ust ha perfezionato l'acquisizione del 60% della storica società di Moncalieri, mentre Audi, attraverso Lamborghini, conserva il restante 40%. Dopo il passaggio nel gruppo Volkswagen nel 2010 e il controllo totale raggiunto nel 2015, Italdesign cambia dunque padrone ma non recide il legame con il costruttore tedesco. Audi continuerà a essere un cliente importante e un partner sui programmi già in corso. Ma il nuovo assetto azionario apre nuovi scenari industriali per il futuro dell'azienda. Durante gli anni della proprietà tedesca, infatti, l'appartenenza al gruppo Audi aveva finito per rappresentare anche un limite commerciale nei rapporti con alcuni concorrenti. Un limite che il nuovo assetto societario proverà a superare.«Ci sono player dell'auto che non si affacciavano a Italdesign da più di quindici anni e che sono tornati a farlo», spiega l'ad Antonio Casu.«Prima qualcuno ci diceva: voi siete al cento per cento Audi, quindi con voi non lavoriamo. Speriamo che questa cosa possa decadere».La nuova fase non riguarda soltanto l'auto. Italdesign, fondata nel 1968 da Giorgetto Giugiaro e Aldo Mantovani, conta oggi circa 1.300 dipendenti di 21 nazionalità, dieci sedi nel mondo e sta allargando il proprio raggio d'azione oltre l'automotive tradizionale. Alle attività sui veicoli e sulle serie ultra limitate si sono affiancati l'aerospazio, la robotica e l'industrial design: settori nei quali la società punta a trasferire competenze nate nell'auto, dalla progettazione al testing, dallo stile alla prototipazione. È qui che entra in gioco Ust. Il gruppo porta soprattutto software, intelligenza artificiale e una rete internazionale di clienti, con l'obiettivo di combinare queste competenze con quelle di Italdesign e portarle anche fuori dall'automotive. Ust, che supera i due miliardi di dollari di fatturato, opera negli Stati Uniti, in India, in Giappone e nei principali mercati mondiali. «Lavoriamo con molti grandi costruttori di auto e camion. Le competenze di Italdesign possono essere portate in tutto il mondo, non solo nell'automotive, ma in tanti settori con tecnologia e design», spiega Krishna Sudheendra, ceo di Ust.L'ad insiste sulla continuità. «Questa operazione non è la cessione di un'eccellenza italiana a un soggetto estero, ma un'alleanza industriale strategica, di lungo periodo».Il baricentro operativo resta a Moncalieri: non cambiano il management, le persone, i progetti in corso né il ruolo delle sedi piemontesi. «Italdesign resta italiana e torinese nell'identità, nella guida, nelle persone e nelle operazioni».Per il territorio è un passaggio tutt'altro che secondario.A Moncalieri resta il cuore di una società che conta circa 1.300 dipendenti e che ora prova ad agganciare nuovi mercati senza spostare altrove le competenze costruite in quasi sessant'anni di attività. Anche la diversificazione verso aerospazio, robotica e industrial design parte da qui, mettendo a frutto professionalità nate nell'automotive torinese e oggi spendibili in filiere diverse.Non sparisce neppure l'anima più tradizionale della società. Italdesign continuerà a lavorare sulle one-off, sulle restomod e sulle piccole serie speciali, un mercato che Casu considera tutt'altro che residuale. «È un trend credo inarrestabile nel mondo dell'automotive, perché i veri appassionati continuano a cercare qualcosa di speciale, individuale e personalizzato».E la nuova fase passa anche da un investimento diretto sul quartier generale di Moncalieri. Italdesign ha già immobilizzato o stanziato oltre venti milioni di euro per la riqualificazione degli edifici.