La morte di Denise, la figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, ultimo anello di una serie di drammi

PETILIA POLICASTRO – La morte di Denise Cosco a soli 35 anni – la stessa identica età in cui sua madre, Lea Garofalo, fu assassinata nel 2009 – ha spezzato l’ultimo anello di una storia di coraggio, solitudine e abbandono. Una vita trascorsa tra i fantasmi della protezione, il peso di un cognome ingombrante e il dolore incancellabile per la perdita della madre, donna simbolo della scelta di libertà contro la ‘ndrangheta, attirata in una trappola dall’ex compagno Carlo Cosco, uccisa, fatta a pezzi e bruciata.

Denise è morta dopo un volo disperato da una finestra dell’abitazione in cui viveva nel Lazio, protetta da un’identità di copertura. Entrata in coma domenica scorsa, ieri mattina il tragico decesso. Una vita segnata da fragilità ma anche dalla ricerca di un nuovo inizio, condiviso con un compagno e coronato dalla nascita di un figlio che oggi ha quasi quattro anni. Sulla drammatica vicenda la Procura competente ha disposto l’autopsia.

Rovine e drammi collaterali

Con la scomparsa di Denise si chiude tragicamente un cerchio che in questi anni ha continuato ad accumulare rovine e drammi collaterali. L’ultimo in ordine di tempo si è consumato nel 2023 dietro le sbarre del carcere di Milano Opera, dove il 46enne Rosario Curcio — uno dei quattro condannati in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del corpo di Lea — si è tolto la vita impiccandosi. Una fine disperata che richiama la tragica analogia del giugno 2014, quando a togliersi la vita fu Giuseppe Venturino, il padre del pentito Carmine, l’ex fidanzato di Denise le cui rivelazioni permisero di ritrovare i resti della testimone in un tombino a Monza. Carmine Venturino si uccise perché profondamente turbato dopo aver rivisto in televisione i dettagli agghiaccianti del “magazzino dell’orrore”.