Devo confessare che non ero proprio madferit all'idea di entrare in sala per Oasis: Don't Look Back In Anger.
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Da quando la reunion da prima pagina degli Oasis, seguita l'anno scorso da 41 concerti negli stadi in 14 Paesi, ho raggiunto la mia soglia di sopportazione per i Gallagher. Al di là dell'idolatria dei fan, che mi fa pensare che molti abbiano perso ogni senso della misura quando si tratta degli Oasis, l'uscita di un documentario che racconta tutta l'operazione sapeva di lunga campagna promozionale: il passo successivo in un continuo colpo di cassa costruito attorno a due fratelli sboccati, da poco riuniti, che non pubblicano nuovo materiale da 18 anni.
Detto questo, bisogna pur adeguarsi. Ho trovato il tempo per assistere a una proiezione speciale in IMAX del documentario di Will Lovelace e Dylan Southern, e ne sono uscito quasi conquistato.
Come film-concerto trascinante e come lettera d'amore ai fan degli Oasis, Don't Look Back In Anger coglie nel segno. Riesce a catturare l'euforia generata dalla loro improbabile reunion. Merito soprattutto del sound design curato da Tarn Willers e James Mather, già al lavoro su The Zone of Interest, della fotografia eccellente di Haris Zambarloukos e del montaggio brillante di George Cragg e Martina Zamolo. I loro talenti si combinano alla perfezione e rendono la reunion significativa, a tratti persino esaltante.














