Per trent’anni abbiamo immaginato la privacy come una battaglia intorno ai dati. Chi conosce il nostro nome, dove siamo, che cosa compriamo, quali siti apriamo, con chi parliamo, quali malattie abbiamo, quanto guadagniamo. Su questa idea abbiamo costruito un’intera impalcatura: norme, informative, consensi, categorie di dati sensibili, diritti di accesso e di cancellazione. Al centro c’era sempre la stessa figura rassicurante: una persona e, tutto intorno, una nuvola di informazioni da proteggere. L’intelligenza artificiale generativa rischia di far crollare quella figura. Per la prima volta, infatti, non consegniamo alle piattaforme soltanto notizie su ciò che facciamo, ma pezzi sempre più ampi del modo in cui pensiamo.
La differenza è sottile e proprio per questo pericolosa. Un motore di ricerca registra ciò che vogliamo trovare. Un social network registra ciò che guardiamo, condividiamo, approviamo o rifiutiamo. Un acquisto online fotografa le nostre preferenze. Ma quando chiediamo a un assistente artificiale di aiutarci a ragionare su un problema, il materiale che lasciamo è di un’altra natura. Gli confidiamo un dubbio, correggiamo una prima ipotesi, chiediamo di esplorare un’alternativa, scartiamo una soluzione, riformuliamo la domanda, ammettiamo un’incertezza, a volte perfino una paura. Non stiamo comunicando ciò che pensiamo. Stiamo rendendo visibile la strada lungo la quale arriviamo a pensarlo.










