Immaginiamo un mondo in cui un solo soggetto arrivi a concentrare una parte decisiva dei dati che descrivono le nostre vite: ciò che leggiamo, compriamo, cerchiamo, produciamo, desideriamo, il nostro DNA, le tasse che paghiamo. Quale sarebbe, esattamente, il problema? Non il dato in sé. Il problema sarebbe il potere che nasce dalla possibilità di aggregarlo, interpretarlo, trasformarlo in previsione, influenza, decisione.
È qui che il tema delle tecnologie emergenti incontra quello dei diritti umani. A dieci anni dal GDPR, la protezione dei dati personali non può più essere letta come una disciplina specialistica, confinata alla compliance o alla riservatezza individuale. Nell’era dell’intelligenza artificiale, i dati sono diventati materia prima dell’innovazione, infrastruttura della conoscenza, leva competitiva e, sempre più spesso, condizione di accesso ai servizi, ai mercati e alle opportunità.
La trasformazione non riguarda soltanto la quantità di informazioni prodotte ogni giorno da cittadini, imprese e istituzioni. Riguarda la loro scala e la loro potenza. Oggi i dati possono essere correlati, inferiti, combinati con altri dati e utilizzati per addestrare modelli capaci di classificare, prevedere, suggerire e orientare decisioni. L’intelligenza artificiale non crea dal nulla: apprende da patrimoni informativi enormi, spesso opachi nella composizione, nella provenienza e nelle modalità di trattamento.









