La sovranità digitale europea sta cambiando natura. Per anni il tema è stato affrontato soprattutto come una questione di dati: dove vengono conservati, in quale Paese, sotto quale legislazione. Con la diffusione dell’intelligenza artificiale, però, la domanda è diventata più complessa: chi controlla davvero le tecnologie da cui dipendono le imprese?
È il nodo al centro del nuovo studio dell’IBM Institute for Business Value, “The Calculus of AI Sovereignty”, secondo cui molte organizzazioni europee stanno adottando l’intelligenza artificiale senza avere una piena visibilità delle proprie dipendenze. Solo il 10% dei dirigenti intervistati nell’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) dichiara di comprendere in modo completo le dipendenze della propria azienda in termini di fornitori IA, modelli e infrastrutture. In Italia il dato sale appena al 14%. Allo stesso tempo, il 73% dei leader europei ammette che cambiare il principale fornitore o modello di IA sarebbe difficile. Un paradosso che rischia di diventare strategico: più l’intelligenza artificiale diventa centrale nei processi aziendali, più aumenta il rischio di dipendere da pochi attori tecnologici.
«La sovranità è fondamentale», ha spiegato in una conference call Pietro Montemurri, Senior Vice President e Head of Central Services di Finanz Informatik, la struttura tecnologica che supporta il sistema delle casse di risparmio tedesche. Per un’organizzazione che gestisce l’infrastruttura digitale di un sistema bancario con circa 50 milioni di clienti, la questione non riguarda soltanto la protezione dei dati, ma la continuità operativa. Secondo Montemurri, però, il concetto di sovranità viene spesso interpretato in modo troppo limitato: «Molto spesso è collegato alla sovranità dei dati. Il dato è negli Stati Uniti? È in Europa? Per noi è una visione troppo breve».







