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Il nuovo nomenclatore tariffario della specialistica ambulatoriale e della protesica, in vigore dal 21 settembre, rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: invece di rafforzare l’offerta sanitaria, potrebbe ridurla, allungando ulteriormente le liste d’attesa. È l’allarme lanciato ieri mattina dall’Uap, l’Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata, che ha presentato la propria analisi sul provvedimento. Durante l’incontro al CEOforLIFE Clubhouse di piazza Monte Citorio e moderato da Maria Grazia Cucinotta, l’associazione ha discusso le 2.040 tariffe esaminate: 1.591, il 78%, restano invariate. Le altre 448 aumentano, ma per 156 di esse l’incremento resta sotto l’inflazione maturata da novembre 2024. Il conto finale è pesante: 1.748 prestazioni su 2.040, quasi l’86% del totale, avrebbero a luglio 2026 un valore inferiore a quello che si otterrebbe rivalutando le tariffe 2024 con l’inflazione.
«Le tariffe devono consentire di erogare le cure - spiega il presidente Uap Mariastella Giorlandino - Sono due anni che combattiamo per questo adeguamento, ma non è tanto l’aspetto economico: vogliamo la qualità e garantire che chi è malato possa fare dei percorsi clinici». Il rischio, spiega Giorlandino, è che tariffe sotto costo spingano le strutture private accreditate a ridurre o sospendere alcuni servizi, riversando pazienti sul pubblico e aggravando le attese. Per il dottor Nadir Aodi, podologo e vicepresidente Amsi: «Quasi il 39% dei servizi ai cittadini è garantito dalla sanità privata accreditata. Difendere strutture e professionisti significa difendere il diritto alle cure».










