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«Se finisci dentro un residence non esci più, se non da morto o per andare in carcere». Se invece fai parte dei 350 ex occupanti abusivi di Spin Time, puoi confidare nella promessa del sindaco di una casa popolare entro sei mesi. Non è la prospettiva offerta agli storici assegnatari di alloggi «temporanei» a Casal Lumbroso, una struttura pensata per un’accoglienza di massimo 24 mesi che però per molti sono diventati lustri. E ora l’arrivo di alcune famiglie evacuate dall’ex centro sociale dell’Esquilino, già con la promessa di una casa vera entro poche settimane, ha fatto da detonatore di una rabbia che covava da anni sotto la cenere della rassegnazione.
«Questa cosa è ingiusta, non va bene quello che sta facendo il Comune», sbotta Franca, quando sotto i balconi scrostati del residence poniamo la domanda diretta. Franca è un nome di fantasia, come lo sono tutti quelli degli abitanti riportati in questo articolo, perché il patto per raccontare un vissuto complesso è quello dell’anonimato. Si assomigliano tutte del resto le storie raccolte all’ex Caat, oggi Sassat (cambia l’acronimo ma poco nella sostanza), di vicolo del Casale Lumbroso, all’estrema periferia Ovest della Capitale. Una struttura che il Campidoglio ha chiuso nel 2023 con annunci in pompa magna, sottolineando il «risparmio per le casse comunali di 2,7 milioni di euro l’anno», ma che senza lo stesso clamore è stata riaperta da circa un anno, seppure con costi più bassi, nell’ordine di circa un milione di euro l’anno più circa 200 mila per la vigilanza non armata. Per ricostruire le cifre ci siamo basati sugli atti pubblicati dal dipartimento Patrimonio, anche se restiamo in attesa di conferme da parte dell’assessorato. Intanto però a Casal Lumbroso, casa per un’ottantina di famiglie, siamo già entrati.







