Roma resta fuori dal nuovo pacchetto di sanzioni europee contro gli insediamenti in Cisgiordania. La spiegazione di Tajani non convince tutti: nel retroscena de Il Post pesa soprattutto il rapporto con gli Stati Uniti IL CASO ITALIANO L’Italia si sfila mentre gran parte delle principali capitali europee stringe il cerchio sui coloni israeliani. È la scelta del governo di Giorgia Meloni, condivisa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha deciso di non aderire all’iniziativa promossa da Regno Unito, Francia e Canada e poi sostenuta da Portogallo, Spagna, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia e Polonia. Belgio e Paesi Bassi avevano già adottato misure analoghe. Una posizione che stona ancora di più alla luce delle parole pronunciate dalla stessa Giorgia Meloni nei mesi scorsi: a giugno la presidente del Consiglio aveva annunciato in Parlamento che «l’Italia intende sostenere misure mirate contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo, compromettendo la prospettiva dei due Stati». A fine agosto aveva inoltre sottoscritto con altri dieci Paesi occidentali una dichiarazione contro l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, con un riferimento esplicito al progetto E1, e della sospensione ad aprile del memorandum sulla difesa. Ora, però, Roma resta fuori. LA SPIEGAZIONE DI TAJANI La linea ufficiale è arrivata da Antonio Tajani, che martedì, da Buenos Aires, ha contestato soprattutto il metodo scelto dagli alleati. «Io sono sempre per le decisioni che vengono dall’Unione Europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno», ha detto il ministro. Il problema è che la spiegazione apre più interrogativi di quanti ne chiuda. Il pacchetto riguarda infatti soprattutto beni e servizi prodotti negli insediamenti israeliani in Cisgiordania o collegati alle attività dei coloni. Si tratta di una quota limitata degli scambi commerciali europei con Israele e quindi l’effetto sulla concorrenza nel mercato unico sarebbe circoscritto. IL FATTORE TRUMP Secondo la ricostruzione de Il Post, la vera ragione della prudenza italiana andrebbe cercata più a Washington che a Bruxelles. Il giornale sostiene che l’amministrazione del presidente Donald Trump abbia manifestato per settimane la propria contrarietà a nuove sanzioni contro i coloni israeliani e che il segretario di Stato Marco Rubio abbia ribadito questa posizione. La stessa ricostruzione aggiunge però un elemento curioso: il primo ministro britannico Andy Burnham avrebbe informato Donald Trump dell’intenzione britannica di procedere e dalla Casa Bianca non sarebbe arrivata né un’obiezione né una richiesta di ripensamento. È proprio qui che Il Post colloca la scelta italiana: secondo il giornale, Giorgia Meloni sarebbe particolarmente restia ad appoggiare iniziative europee che possano apparire come una sfida alla linea americana, anche quando Washington sceglie di non opporsi apertamente. Una dinamica che, nella lettura proposta dal quotidiano, ricorda quella già emersa sul dossier ucraino. LE OPPOSIZIONI ALZANO LA PRESSIONE Nel frattempo, in Italia la pressione politica si muove nella direzione opposta. Le opposizioni chiedono di andare oltre le sanzioni individuali contro i coloni violenti e di intervenire anche sui prodotti provenienti dagli insediamenti. Il tema è arrivato anche sul terreno parlamentare. Giuseppe Conte ha richiamato l’esistenza di una proposta di legge delle opposizioni sul divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani. Il passaggio è politicamente rilevante perché sposta il confronto dalla condanna dei singoli coloni alla possibilità di colpire direttamente la dimensione economica della colonizzazione. I capigruppo in Commissione Esteri della Camera di Pd, M5S e Avs, infatti, hanno chiesto la calendarizzazione urgente della proposta di legge che vede come prima firma quella di Angelo Bonelli e sottoscritta da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Chiara Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella. Per Pd, Avs e M5S si tratta di una proposta unitaria che rappresenta un terreno comune tra le forze di opposizione e sulla quale viene chiesto alla Commissione Esteri di procedere senza ulteriori rinvii alla calendarizzazione e all’esame. Ed è qui che la posizione del governo rischia di diventare più scomoda: Roma sostiene di volere misure contro i coloni violenti, ma nel momento in cui diversi governi europei trasformano quella condanna in una misura commerciale sceglie di restare fuori. Sullo sfondo rimane la domanda più difficile: quanto della linea italiana dipenda dalla cautela verso Israele e quanto, invece, dalla necessità politica di non entrare in rotta di collisione con Washington.