La minaccia Afd, dopo il voto in Sassonia-Anhalt, lascia il mondo politico con un dubbio: non abbiamo capito, abbiamo sottovalutato? Ma c’è chi, e non da oggi, quel bacino elettorale lo osserva sul campo, avendolo sotto gli occhi mentre era al lavoro nel settore industriale tedesco e italiano in Germania. Dice Antonio Gozzi, vicepresidente di Confindustria e presidente di Federacciai e Duferco Italia Holding: “Spesso, quando diciamo che l’industria non ha solo un significato economico, ma è anche un presidio di democrazia, non veniamo capiti. E le elezioni in Sassonia-Anhalt sembrano dimostrare il nostro assunto: da quel voto risulta del tutto evidente la relazione tra la crescita degli estremisti di destra e i vasti processi di deindustrializzazione in quella regione, ma più in generale in Germania e in Europa”. Dozzi cita uno studio di Lutz Schneider sulle elezioni federali tedesche del 2017 che analizza i dati regionali e “mostra che le aree con una forte tradizione industriale – aree che hanno subito una forte contrazione dell’occupazione manifatturiera – tendono ad avere risultati significativamente più elevati per Afd. L’effetto è particolarmente marcato proprio dove l’identità locale era storicamente legata all’industria”. E una fabbrica che scompare, dice Gozzi, “significa anche perdita di status, di identità professionale, di organizzazioni collettive, di prospettive per i figli e di centralità economica del territorio”. La Sassonia-Anhalt è quasi “un caso da manuale in uno dei Lander economicamente più deboli”: “Le prime analisi del voto indicano insicurezza economica, declino demografico, risentimento verso Berlino, sfiducia nelle istituzioni tradizionali come le prime determinanti dell’orientamento elettorale della popolazione, accorsa alle urne numerosissima per gli standard europei (l’80 per cento degli aventi diritto)”. Il 61 per cento degli operai ha votato Afd: “Il dato ci dice qualcosa che il risultato territoriale da solo non mostra. Se un partito di destra estrema arriva a conquistare una quota così elevata del voto operaio, non siamo più semplicemente davanti a un partito della piccola borghesia arrabbiata, ma al fatto che una parte consistente dell’antico elettorato popolare si è politicamente ricollocata. E questo è avvenuto non solo per le condizioni economiche attuali, ma per la traiettoria percepita dal territorio”. E’ scattato cioè un pensiero del tipo “il posto in cui vivo sta perdendo futuro, non so che cosa succederà a me e ai miei figli”. E in Sassonia “si mischiano due elementi: la memoria collettiva della perdita di industria del passato, viste le enormi ristrutturazioni industriali seguite alla riunificazione della Germania est con il resto del paese, e l’aspettativa del declino economico e demografico che possono pesare addirittura più della disoccupazione corrente”. Questo voto potrebbe non essere un caso isolato in Europa. “Ci sono moltissimi distretti e settori industriali in Europa che hanno sofferto e soffrono di violenti processi di deindustrializzazione, provocati dall’iper-regolamentazione europea, dall’incapacità delle politiche comunitarie di gestire pragmaticamente la transizione, dall’estremismo del green deal e dell’ideologia ‘mercatista’ della globalizzazione, per cui tutto si può comprare ovunque. E, in un’epoca di sconvolgimenti geopolitici in cui il concetto di autonomia strategica e di difesa tornano di moda, si comincia a comprendere la follia di aver pensato che si potesse fare a meno dell’industria e in particolare dell’industria di base”. La sinistra paga un presso altissimo: “La socialdemocrazia tedesca è in caduta libera. D’altronde, se non si è stati capaci di difendere l’automotive per rincorrere il mito dell’auto elettrica prodotta soprattutto dalle industrie cinesi, se non si è contrastata la violenta riduzione della produzione di auto con motori endotermici di cui l’Europa aveva un primato mondiale, se la Volkswagen annuncia la chiusura di quattro stabilimenti, se la chimica di base è praticamente scomparsa, se la siderurgia degli altoforni è destinata a morire in pochi anni, perché ci si deve stupire se il 61 per cento degli operai vota Afd?”. Altro fattore: “Il nemico esterno: i primi sei mesi del 2026 mostrano un’invasione in Europa di prodotti cinesi. Che cosa vuol fare l’Europa? Si ripeteranno gli errori del green deal, abbandonando l’industria al suo destino? Il paradosso, o l’incubo, potrebbe essere che l’Europa nata dall’industria, con la Comunità Europea del carbone e dell’acciaio, sull’industria vada a morire. Senza industria non ci sarà più sviluppo e innovazione tecnologica, occupazione, welfare, coesione sociale e democrazia”.
Antonio Gozzi (Federacciai): Il voto operaio per Afd dice molto sugli errori di una Ue "deindustrializzata"
La Sassonia-Anhalt è quasi “un caso da manuale in uno dei Lander economicamente più deboli di come l'industria sia un presidio di democrazia", ci dice il vicepresidente di Confindustria










