Carla Moretti ha 43 anni, è una funzionaria italiana di esperienza appena assunta da una grande assicurazione francese come responsabile delle risorse umane. A casa deve anche gestire un figlio adolescente. Con il volto silente e remissivo di Alba Rohrwacher, la donna capisce subito come stanno le cose fin dalla prima riunione con i vertici dell’azienda: il pragmatico e rude Ceo della società (Vincent Lindon è sempre una certezza), boccia uno spot aziendale che intende promuovere l’inclusività mostrando personale disabile.Con Un bon petit soldat, Stéphane Brizé è in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Brizé torna a interrogarsi sul rapporto tra individuo e sistema economico e produttivo, nel suo quarto film dedicato al mondo del lavoro, che è anche uno dei più belli passati in concorso a Venezia, raccontando la storia di una dirigente aziendale di successo e dedita al proprio lavoro, spesso a scapito della sua vita familiare. Il suo compito è promuovere il benessere dei dipendenti ancora oggi mantenendo, allo stesso tempo, gli obiettivi di rendimento imposti dall’azienda. Le sue intenzioni sono buone, ma l’ipocrisia regna sovrana in un’azienda che pure organizza corsi per promuovere la serenità sul lavoro, ma permette il mobbing nei confronti di chi, pur raggiungendo gli obiettivi aziendali, non sta al passo con i colleghi più competitivi. Quando scopre un caso di questo tipo, Carla si trova però costretta ad affrontare una serie di compromessi che rischiano di portarla al limite. Lei, “il buon piccolo soldato” che deve obbedire anche a costo di vedere sgretolare la propria integrità morale. Sul lato personale, la competitività sul lavoro è il modello a cui sottopone ossessivamente il figlio adolescente, affinché, secondo lei, sia pronto a reagire alle pressioni della società. Ma quella che rischia di finire schiacciata da tutto, è proprio lei.Il film affronta così un conflitto contemporaneo, mettendo al centro l’equilibrio tra ambizioni professionali, responsabilità individuali, esigenze dell’impresa e vita personale. E proprio il suo sguardo critico, ma estremamente realistico, sul mondo delle aziende ha meritato ieri lo Special Award del Premio Film Impresa 2026, sostenuto da Unindustria, al regista Stéphane Brizé.Dopo La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, Brizé prosegue la sua indagine sul conflitto tra individuo e sistema del lavoro. Ma, questa volta, assume una dimensione ancora più tagliente: quella di una donna che tenta di sopravvivere dentro un meccanismo costruito dagli uomini. «Per me è molto interessante esaminare la brutalità del sistema rispetto agli individui e, in questo caso, a una donna», spiega Brizé. «Questo conflitto assume una connotazione diversa perché la protagonista è all’interno di un sistema costruito dagli uomini, e può fare carriera – come tante donne oggi – solo accettando di abbracciare le regole che sono alla base di un sistema che è quasi grottesco nella sua brutalità». Aggiunge la raffinata protagonista Rohrwacher: «È un film politico, e in qualche modo anche femminista: ci dice che il sistema è profondamente malato e che chi prova a preservare la propria integrità finisce per soccombere».
Rohrwacher, soldatino obbediente all’ipocrisia dell’azienda di Brizé
Con "Un bon petit soldat" Stéphane Brizé è in concorso a Venezia e torna a interrogarsi sul rapporto tra individuo e sistema economico e produttivo










