Sono passati due anni da quando Mario Draghi avvertì che l’Europa sarebbe andata incontro a una «lenta agonia» se non avesse affrontato la propria crisi di competitività. Da allora il rapporto dell’ex presidente del Consiglio italiano è diventato il riferimento dell’agenda economica europea. Almeno sul piano politico, cioè a parole. Perché invece le riforme che ha indicato sono rimaste in gran parte ferme sulla carta. Secondo un monitoraggio dell’European Policy Innovation Council citato dal Financial Times, a luglio solo il 15,7 per cento delle 383 raccomandazioni contenute nel rapporto risultava pienamente attuato. Un altro studio, realizzato dall’Institut Montaigne con una metodologia diversa, arriva a una stima più ottimistica, intorno al trenta per cento. Entrambe indicano che le riforme più importanti sono anche quelle che l’Europa fatica maggiormente a realizzare.
Draghi ha sostanzialmente vinto la discussione europea, ma la sua visione si concretizza ancora troppo poco nei provvedimenti europei. Il paradosso quindi è che a Bruxelles la sua diagnosi è stata assorbita – la competitività è diventata una priorità, la necessità di ridurre il divario con Stati Uniti e Cina viene ripetuta da governi e istituzioni e Ursula von der Leyen ha indicato il rapporto come una sorta di agenda per il suo secondo mandato – poi però quando bisogna passare dalle parole alle riforme riemerge la vecchia Europa degli interessi nazionali.









