VENEZIA - Prima di sfilare sul red carpet del Lido di Venezia ricoperta di lustrini e circondata dai flash dei fotografi, aveva allacciato stretta sulla fronte la fascia della combattente ed era scesa nelle strade di Dacca. Prima di portare alla Mostra del Cinema una storia di donne che cercano di liberarsi dalle imposizioni della società, aveva scelto di rischiare la vita per rendere il suo Paese più democratico e cambiare la condizione femminile in Bangladesh. È questa la doppia anima di Azmeri Haque Badhon: attrice davanti alla macchina da presa, "combattente di luglio" quando nell'estate del 2024 decise di unirsi agli studenti che sfidavano il governo di Sheikh Hasina.

La fama e la lotta A 42 anni Badhon è uno dei volti più conosciuti del cinema bengalese, nonché la prima donna della Terra di Dacca ad aver raggiunto una fama che supera nettamente quella di tantissimi colleghi uomini. Dentista di formazione, nel 2021 era già arrivata sul red carpet di Cannes con "Rehana Maryam Noor", primo film del Bangladesh selezionato nella sezione "Un Certain Regard". Due anni dopo aveva recitato nel thriller indiano "Khufiya" e poi, arrivata l'estate del 2024, il cinema passò per lei in secondo piano. Badhon, in un primo momento, iniziò a denunciare quanto stava facendo il Governo bengalese sui social, ricevendo minacce anche di morte. Poi decise che non bastava più: il primo agosto scese in strada assieme ad altri attori, registi, fotografi e artisti per unirsi alla protesta. «Gli artisti non possono tollerare l'ingiustizia ha dichiarato dopo l'aggressione ai suoi danni a Marghera . Guardando il massacro svolgersi davanti ai nostri occhi, per noi era impossibile rimanere chiusi in casa». Da quel momento divenne uno dei volti pubblici del movimento che il 5 agosto avrebbe portato alla fuga di Sheikh Hasina dal Bangladesh. Femminismo Ma per lei quella battaglia aveva anche un volto femminile. Badhon denunciava una società e un sistema mediatico che, a suo giudizio, continuavano a mettere in secondo piano il contributo delle donne. «Gli uomini non hanno alcun diritto di darci la libertà», ha affermato più occasioni, rivendicando come quella libertà appartenesse già alle donne e dovesse semplicemente essere esercitata e difesa. Due anni dopo, quella stessa battaglia l'ha accompagnata fino a Venezia: Badhon è infatti nel cast di "The Difficult Bride" di Rubaiyat Hossain, selezionato nella sezione Orizzonti dell'83esima Mostra internazionale d'arte cinematografica. Un film che racconta la storia di Zaineen, una donna che a Dacca si prepara al matrimonio. Il suo corpo, però, tra pressioni sociali, rimedi domestici e visioni inquietanti, comincia a ribellarsi. Il percorso verso le nozze diventa così una lotta fisica e psicologica tra ciò che lei è e ciò che le viene imposto. Sullo schermo, dunque, c'è una donna che cerca di sottrarsi al ruolo costruito per lei dalla società; fuori dal set c'è Badhon, che da anni lotta per rivendicare il diritto delle donne a decidere autonomamente chi essere. Un'idea "progressista" per un contesto simile, che ha contribuito ad accrescere l'odio di una certa parte politica contro di lei. Ma come ha dichiarato lunedì sera, dopo essere stata colpita, «Non sarà così facile mettere a tacere Azmeri Haque Badhon».