ROMA – Le munizioni a grappolo continuano a uccidere. Nel 2025 le vittime sono state 1.063, uno dei bilanci più alti mai registrati. La denuncia è contenuta nel nuovo rapporto della Cluster Munition Coalition, che fotografa una situazione drammatica in nove Paesi: Afghanistan, Cambogia, Iraq, Laos, Libano, Myanmar, Russia, Siria e Ucraina. La nuova analisi arriva mentre gli Stati si preparano a riunirsi a Vientiane, in Laos, dal 14 al 18 settembre, per la Terza revisione della Convenzione sulle munizioni a grappolo, a sedici anni dalla sua entrata in vigore.
I risultati a sedici anni dal divieto. La Convenzione del 2008, che proibisce queste armi, continua a produrre effetti umanitari concreti, ma è sottoposta a pressioni sempre più forti: per il loro utilizzo e la loro produzione, per i trasferimenti da parte degli Stati non aderenti e per il primo ritiro di uno Stato parte, quello della Lituania, divenuto effettivo nel marzo 2025. A questo si aggiungono i drastici tagli ai finanziamenti destinati alle operazioni di bonifica e al sostegno ai sopravvissuti. Eppure una buona notizia c’è: 42 Stati hanno distrutto tutte le proprie scorte di munizioni a grappolo e hanno intensificato i lavori di bonifica dei terreni. Nel 2025 la superficie di terreno ripulita e messa in sicurezza è aumentata del 15 per cento rispetto al 2024. “I risultati di quest’anno dimostrano che la Convenzione continua a portare benefici concreti alle comunità colpite”, commenta Tamar Gabelnick, responsabile della Cluster Munition Coalition. Il problema, però, resta. Il crescente bilancio in termini di vite umane, insieme al ricorso a queste armi, alla loro produzione e ai trasferimenti da parte degli Stati non aderenti, rappresenta un monito chiaro: non bisogna abbassare la guardia.










