Foto di Alejandro De Roa/Pexel
Il 5 settembre scorso un aereo della Guardia di Finanza è partito da Pomezia ed è atterrato all’aeroporto militare di Decimomannu, una ventina di chilometri a nord-ovest di Cagliari. A bordo c’erano quaranta detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Da lì sono stati trasferiti, con un imponente dispositivo di sicurezza, nella casa circondariale di Uta, dove ad agosto era stata inaugurata una nuova sezione destinata al cosiddetto “carcere duro”.Leggi anche: 41 bis: il caso Marcello Viola e la sentenza della Corte europea dei diritti umaniI nuovi arrivati dovrebbero essere solamente i primi. A regime infatti, nella nuova sezione di Uta, dovrebbero essere ospitati in totale 92 detenuti al 41-bis. Ricordiamo però anche i numeri attuali: nel sito del Ministero della Giustizia si legge che nel carcere di Uta ci sono 850 detenuti. I posti regolamentari sono 652.Il loro arrivo però ha riaperto una discussione che in Sardegna va avanti ormai da mesi e che riguarda il ruolo che l’isola dovrebbe assumere nella nuova organizzazione del sistema penitenziario italiano. La Presidente della Regione Alessandra Todde ha accusato il governo di voler trasformare la Sardegna nella «Cayenna d’Italia» (in riferimento alla capitale della Guiana Francese, in cui c’era uno dei sistemi penali più duri al mondo ndr) e di procedere senza un adeguato confronto con le istituzioni locali.Leggi anche: Nelle carceri italiane la situazione non migliora: ci sono 141 detenuti ogni 100 posti disponibiliAl di là dello scontro politico, però, ci sono alcuni numeri che aiutano a capire perché la questione sia diventata così rilevante.Quanti detenuti al 41-bis ci sono in SardegnaIl 41-bis è un regime penitenziario particolare, introdotto nell’ordinamento italiano nel 1986 e profondamente modificato dopo le stragi mafiose del 1992. Il suo obiettivo principale è impedire che persone appartenenti a organizzazioni criminali possano continuare a comunicare con l’esterno e mantenere rapporti operativi con le organizzazioni di appartenenza. È quindi quello che spesso viene definito “carcere duro” messo sotto la lente d’ingrandimento della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.Alla fine del 2025 le persone sottoposte a questo regime in Italia erano poco più di settecento. Ma dove sono rinchiuse queste persone? Ecco, a leggere i dati vediamo che la loro distribuzione sul territorio era già tutt’altro che uniforme.La Sardegna ha già da tempo un ruolo importante in merito. In un’interrogazione parlamentare, e precisamente nella seduta n. 406 del Senato avvenuta lo scorso 8 aprile, si parlava di 92 detenuti al 41-bis nella casa circondariale di Sassari-Bancali e altri 6 a Badu ’e Carros, a Nuoro. A Uta, invece, non ce n’era ancora nessuno.In cinque mesi la situazione è cambiata. Con i primi quaranta trasferimenti del 5 settembre, Uta è entrata a sua volta nel circuito del 41-bis e, quando la nuova sezione raggiungerà la capienza prevista di 92 persone, soltanto Sassari e Uta potranno ospitare complessivamente più di 180 detenuti sottoposti al regime speciale. Ma il progetto per la Sardegna è ancora più ampio.Nel dicembre del 2025 il sottosegretario di Stato per la giustizia Andrea Delmastro, allora titolare della delega al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, aveva presentato alla Conferenza Stato-Regioni un piano di riorganizzazione del sistema penitenziario di massima sicurezza. Il progetto prevedeva la concentrazione dei detenuti al 41-bis in sette istituti italiani «esclusivamente dedicati». Tre di questi sette si trovano in Sardegna: Uta, Bancali e Badu ’e Carros.“Come conseguenza - si legge nel resoconto stenografico della seduta -, la Sardegna ospiterebbe fino a 260 detenuti in regime di 41-bis, pari a circa un terzo del totale nazionale”.Perché proprio la Sardegna?La scelta non è del tutto nuova, anzi, potremmo dire che l’insularità è stata storicamente considerata un elemento utile nella gestione dei detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, perché aggiunge una distanza geografica a quella prodotta dalle misure di isolamento previste dal regime penitenziario.Leggi anche: La storia delle "Isole Carcere" in un libro: da culla di biodiversità a luoghi di confino per i sapiensLa Sardegna poi, ha una lunga storia da questo punto di vista. Il caso più noto è quello dell’Asinara, dove negli anni Ottanta e Novanta furono detenuti alcuni dei più importanti esponenti della criminalità organizzata italiana. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio vi furono trasferiti decine di mafiosi sottoposti al regime speciale. Ma la storia dell’Asinara come isola carcere nasce ben più indietro. Lo scrive bene Valerio Calzolaio nel suo libro intitolato proprio “Isole carcere “( Gruppo Abele edizioni): “ La storia moderna del carcere dell’Asinara ebbe inizio nel 1885, con l'istituzione di una colonia penale. Durante la Prima guerra mondiale vi vennero deportati 24.000 prigionieri di guerra, soprattutto austro-ungarici"Il piano presentato dal governo non riguarda più l’Asinara, che è stato chiuso definitivamente nel 1998, ma comunque prevede di far diventare la Sardegna il centro principale dei detenuti per mafia, tutti in soli tre istituti diversi.Una nuova geografia del carcere duroLa discussione sul 41-bis in Sardegna vede, da un lato la riorganizzazione gestita dal Governo che risponde principalmente a esigenze di sicurezza e di razionalizzazione del sistema penitenziario. Dall’altra quella della Regione, che parla della trasformazione della Sardegna in una «isola-carcere».Conosciamo quindi i numeri dei detenuti al “carcere duro” che ci sono e quelli che arriveranno in Sardegna, quello che però non sappiamo sono naturalmente i nomi.Non conosciamo nemmeno chi siano i quaranta detenuti arrivati il 5 settembre a Uta. Il ministero della Giustizia non pubblica un elenco nominativo nazionale delle persone sottoposte al 41-bis e le identità diventano pubbliche soprattutto attraverso sentenze, procedimenti giudiziari e notizie di cronaca. L’obiettivo però sembra chiaro ed emerge anche dalle parole della Presidente della commissione parlamentare antimafia. “L'operazione – ha dichiarato Chiara Colosimo – conferma la validità del piano di riorganizzazione carceraria promosso dal Governo. Il percorso risponde altresì a un'esigenza da tempo sollecitata dalle Commissioni parlamentare antimafia: superare la promiscuità tra i diversi circuiti detentivi e creare poli dedicati esclusivamente al 41-bis, fondamentale garanzia per azzerare la capacità di comando dei vertici mafiosi. Il risultato finale dimostra l'alta professionalità della Polizia Penitenziaria e la costante attenzione dello Stato nella gestione della sicurezza penitenziaria”.










