La scorsa settimana la notizia di un tentativo di colpo di stato in Niger non ha sorpreso quasi nessuno. Il paese è guidato dal 2023 da una giunta militare che fa capo al generale Abdourahamane Tiani e, come i vicini Mali e Burkina Faso, continua a fare i conti con l’instabilità causata dalla minaccia jihadista. A giugno ad attaccare la capitale Niamey erano stati i miliziani del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), affiliato ad Al Qaeda.

Questa volta a minacciare il potere sono stati dei soldati ammutinati che hanno preso in ostaggio alcuni compagni e hanno attaccato altri punti strategici della capitale, come il palazzo presidenziale, e le sedi della tv e della radio pubblica, i luoghi che vengono tradizionalmente occupati in occasione di un golpe.

Tra il 28 e il 29 agosto ci sono stati violenti scontri alla base militare 101, una struttura che si trova all’aeroporto internazionale Diori Hamani e che ospita anche un contingente italiano, che si sono diffusi in seguito in altre parti della città. La guardia presidenziale e i reparti dell’esercito rimasti fedeli a Tiani hanno avuto la meglio sui rivoltosi e domenica la situazione è tornata alla calma.

Il bilancio delle violenze è di decine di soldati uccisi e arrestati. Il governo ha etichettato l’accaduto come il “moto di rabbia” di una parte di combattenti giovani, provati dalla lotta contro il jihadismo. Ma, agli occhi degli osservatori esterni, l’accaduto fa emergere delle fragilità strutturali sia nell’esercito nigerino sia nell’Alleanza degli stati del Sahel (Aes), la coalizione che riunisce le giunte di Mali, Niger e Burkina Faso.