Vladimir Putin continua a dire che non ci sarà una nuova mobilitazione. Lo ha ripetuto due volte in pochi giorni a inizio mese, mentre la Russia si avvicina alle elezioni parlamentari del 18-20 settembre – per quel che valgono le elezioni in Russia, cioè niente. Ma la formula linguistica scelta dal presidente russo è diventata quasi una battuta: «Al momento non c’è uno scenario che renda necessaria una mobilitazione». Al momento, dice. Le Monde fa notare proprio questa aggiunta peculiare. Come a dire: la guerra può portare esigenze diverse in qualsiasi momento. E il Cremlino vuole che i russi siano sul pezzo, un popolo-esercito pronto a imbracciare il fucile quando Putin schiaccerà il pulsante rosso.
Sono settimane in cui, complice anche l’inutile viaggio di Steve Witkoff e Jared Kushner prima in Russia poi in Ucraina, si continua a parlare della possibilità di una trattativa. Come se a Mosca davvero si parlasse di pace, come se nelle stanze del Cremlino non si facessero beffe di questa opzione da ormai quattro anni e mezzo. L’unica verità che possiamo constatare, “al momento”, è che Putin ha intensificato la sua presenza pubblica – ogni volta che si sposta deve farlo con un arsenale difensivo al seguito. Forse le elezioni non c’entrano, ma i ripetuti attacchi dei droni ucraini, la crisi del carburante, le restrizioni a internet e la sensazione che non ci sia una prospettiva di sbocco per la guerra stanno rompendo quella normalità artificiale che il Cremlino aveva costruito intorno all’invasione su vasta scala. Per questo il pericolo è che Putin decida di alzare il livello dello scontro prima dell’inverno.








