A Magdeburgo, nella notte del voto, il dato che ha gelato Berlino non era soltanto la vittoria dell’AfD. Era il margine. In Sassonia-Anhalt, il partito di Ulrich Siegmund ha sfiorato la maggioranza assoluta e ha costretto la Germania a confrontarsi con una domanda che fino a poco tempo fa sembrava teorica: cosa accade quando l’estrema destra non è più soltanto forte, ma abbastanza forte da rivendicare il governo?
Il punto da cui partire è uno solo: non si tratta della Sassonia, ma della Sassonia-Anhalt, il Land dell’ex Germania Est che con il voto di domenica 6 settembre 2026 ha consegnato all’AfD il risultato più forte della sua storia regionale recente. Il dato che conta più di ogni slogan è questo: 43,8% dei voti e 39 seggi su 83 nel nuovo Landtag di Magdeburgo. Non bastano per governare da soli, ma bastano per cambiare il baricentro della politica tedesca e per mettere sotto pressione, insieme, il sistema dei partiti, il “cordone sanitario” attorno all’estrema destra e la stessa leadership del cancelliere Friedrich Merz.
La vittoria dell’AfD è netta anche sul piano simbolico. Il partito non si limita a rivendicare il primato elettorale: rivendica il diritto politico a tentare il governo. Il candidato di punta Ulrich Siegmund ha parlato di una pagina “storica” e ha annunciato colloqui con le altre forze nelle prossime settimane, lasciando intendere che la strada potrebbe passare non solo da una coalizione formalizzata, ma anche da appoggi esterni o da maggioranze variabili. È qui che il voto si trasforma da semplice successo numerico a crisi di sistema: l’AfD non è più soltanto il partito che cresce all’opposizione, ma un attore che prova a sfondare la barriera dell’irrilevanza istituzionale.










