Napoli, 7 settembre 2026 – Ventisette giorni di lavoro in meno all’anno rispetto al Nord. Letto così, il dato rischia di alimentare il vecchio luogo comune di un Mezzogiorno nel quale si lavora meno. Ma la realtà che emerge dallo studio della Cgia di Mestre è molto diversa: il divario non dipende da una minore propensione al lavoro, bensì dalla maggiore diffusione al Sud di contratti precari, part-time involontario, occupazione stagionale e lavoro nero. In altre parole, il problema non è quanto si vuole lavorare, ma quanto lavoro stabile e regolare offre il sistema produttivo meridionale.
Nel 2024 un dipendente italiano ha accumulato in media 246,5 giornate retribuite. Al Nord si sale a 255, mentre nel Mezzogiorno ci si ferma a poco più di 228, con uno scarto di 27 giornate, quasi un mese. Ma, sottolinea la Cgia, il dato deriva dal monte annuo rapportato al numero degli occupati e risente direttamente della maggiore presenza al Sud di rapporti di lavoro discontinui, occupazioni stagionali e part-time non scelti. A questo si aggiunge il sommerso: le ore lavorate in nero, proprio perché irregolari, sfuggono alle statistiche ufficiali e finiscono quindi per sottostimare il lavoro effettivamente svolto. La Campania fotografa bene questa situazione. La media regionale è di 227,3 giornate retribuite all’anno, contro le 246,5 nazionali. La retribuzione media lorda annua si ferma a 18.125 euro, poco più di 79 euro al giorno, rispetto ai 24.486 euro e ai 99 euro della media italiana. Nel complesso del Mezzogiorno la retribuzione media è di 18.148 euro per 228,2 giornate lavorate: numeri praticamente sovrapponibili a quelli campani.










