Sajan è un richiedente asilo nepalese. È arrivato a Trieste e metà giugno, ma nel suo passaporto c’è un visto di lavoro rilasciato dalla Croazia, dove viveva dal 2024. Un documento che potrebbe rendere Zagabria responsabile della sua domanda d’asilo secondo le regole europee. Eppure l’Italia non ha chiesto alla Croazia di riprenderselo. Mentre Germania, Austria, Finlandia, Paesi Bassi e non solo utilizzano le norme europee per riconsegnarci i richiedenti approdati in Italia e poi allontanatisi, a Trieste accade il contrario: persone con un visto rilasciato altrove vengono prese in carico dall’Italia e infilate nella nuova procedura accelerata di frontiera. Anche quando la frontiera non c’è.
Sajan è arrivato in Italia con la moglie Asha. Li incontro insieme a un altro connazionale e due afghani a Fernetti, sul Carso triestino, a poca distanza dalla struttura Casa Malala, un’ex caserma con cento posti letto a un centinaio di metri dal confine sloveno, 12 chilometri dal centro di Trieste. Sajan e Asha sono induisti e appartengono a caste diverse. Per questo il matrimonio è stato osteggiato dalle loro famiglie, fino alle violenze. Lui ha depositato le foto dei ricoveri ospedalieri con la domanda d’asilo. Nel 2024 lascia il Nepal e raggiunge la Croazia con un visto di lavoro che dice di aver pagato settemila euro a un’agenzia. Dopo i vicini di casa bosniaci, in Croazia i nepalesi sono la seconda nazionalità per numero di permessi di soggiorno e lavoro: 35mila nel 2024, 31mila l’anno scorso. Quando Sajan arriva, però, del datore non c’è traccia. Seguono lavori in nero e sfruttamento. Asha riesce invece a partire nel 2025 con un visto per la Romania: “Mi hanno requisito il passaporto e fatto lavorare 16 ore al giorno”. Nel giugno 2026 raggiunge il marito in Croazia e decidono di partire per l’Italia.






