Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiQuindici minuti di applausi e una standing ovation. E poi entusiasmo e lodi da più parti (anche molto autorevoli). Dopo la proiezione di giovedì sera, 3 settembre, di «Wild Horse Nine» di Martin McDonagh in concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia, si parla già di premi, con alcuni osservatori che spingono il film verso una possibile corsa agli Oscar.
Si tratta del terzo capitolo veneziano per il regista irlandese, dopo «Tre manifesti a Ebbing, Missouri» e «Gli spiriti dell'isola», entrambi presentati in passato alla kermesse.
La trama e la ricostruzione storica
Con «Wild Horse Nine» McDonagh torna al concorso con un film che mescola il registro del buddy movie (un film di amici) a un affresco storico sulla fine delle illusioni democratiche del Novecento. La trama è ambientata nel 1973 sull'Isola di Pasqua, a pochi mesi dal golpe cileno che pose fine al governo di Salvador Allende. Qui arrivano Chris (John Malkovich), agente Cia malato di tumore in fase terminale, e Lee (Sam Rockwell), suo storico compagno di missioni, che lo accompagna per esaudirne l'ultima volontà. Sullo sfondo, la ricerca di un fucile legato all'assassinio di Kennedy e le pressioni del capo dei due agenti, MJ, interpretato da Steve Buscemi. Attorno allo schema classico del film di coppia, McDonagh costruisce un dialogo tra la storia individuale del protagonista e gli eventi storici evocati - da Dallas a Santiago - facendo del disincanto di Chris la chiave di lettura di un mondo dominato da un male ineluttabile.










