Taraneh, iraniana di diciannove anni, da mesi vive nell'attesa che la sua condanna a morte venga eseguita. I suoi aguzzini, secondo i suoi stessi avvocati, l'avevano minacciata: se non avesse firmato una confessione, sua sorella gemella Romina sarebbe stata violentata davanti ai suoi occhi. Le due ragazze, originarie di Ishfahan, arrestate durante le proteste che hanno scosso l'iran a gennaio, sono state condannate al termine di un processo a cui la madre non ha potuto assistere: Taraneh all'impiccagione, Romina a venticinque anni di carcere. Nessuna prova concreta del loro coinvolgimento in episodi violenti è stata mostrata alla famiglia, e da quando le sentenze sono state pronunciate nessun parente ha più potuto vederle né avere loro notizie. Il cugino delle gemelle, negli Stati Uniti da oltre vent'anni, ha scelto di rendere pubblico il caso nonostante minacce di morte da chi sostiene di conoscere il suo indirizzo. Teme che l'esecuzione venga eseguita in fretta, scavalcando i tempi previsti per il ricorso, cosa già accaduta ad altri condannati negli ultimi mesi. La vicenda delle due sorelle non è un caso isolato, ma l'ennesimo tassello di una repressione ormai sistematica nel paese degli ayatollah. Dallo scoppio delle proteste di dicembre e gennaio che hanno poi portato alla guerra con Stati Uniti e Israele a febbraio, e durante questa, le autorità iraniane hanno arrestato arbitrariamente migliaia di persone, almeno 50mila secondo ong, tra manifestanti, giornalisti, avvocati e attivisti, imponendo in molti casi processi sommari e pene che arrivano a decenni di carcere. Organizzazioni internazionali per i diritti umani parlano di sparizioni forzate, torture sistematiche e confessioni estorte, alla base di condanne emesse da tribunali rivoluzionari privi di garanzie. Tra 12 e 36 mila, secondo indagini indipendenti, le vittime del regime. Negli ultimi mesi sono state eseguite decine di condanne a morte legate alle proteste di gennaio: a fine luglio due giovani sono stati impiccati pubblicamente a Isfahan, davanti a una folla, al termine di un processo di massa con dodici imputati giudicati insieme, senza che fosse chiarita la responsabilità individuale di ciascuno. Un relatore speciale dell'Onu ha definito la procedura una violazione degli standard processuali minimi. Restano decine di persone, tra cui almeno tre arrestate da minorenni, in attesa di essere uccisi. A rendere ancora più cupo il quadro sono i nuovi arresti legati a un gesto semplice quanto rischioso: sventolare la vecchia bandiera pre-rivoluzionaria, con il leone e il sole, ormai simbolo del movimento di protesta. Chi la espone in patria rischia accuse di sicurezza nazionale che possono tramutarsi in capi d'imputazione capitali. Per la famiglia di Taraneh e Romina, come per migliaia di altre famiglie iraniane, resta solo l'attesa e la paura di una telefonata che comunichi l'irreparabile.