Quest’estate è finita, senza troppo clamore, la guerra culturale scatenata dall’amministrazione Trump contro le università d’élite. Il 3 agosto la segretaria all’istruzione Linda McMahon ha inviato una lettera aperta ai leader degli atenei, chiedendogli di impegnarsi pubblicamente ad affrontare il problema dei pregiudizi ideologici tra i docenti, affrontare il problema dei “manifestanti insubordinati e violenti” che soffocano il dibattito nei campus e modificare l’impatto delle politiche Dei (diversità, equità e inclusione) nei processi di ammissione. “La fiducia degli statunitensi nelle università ha raggiunto i minimi storici”, ha scritto McMahon. “Per il bene della nazione, i dirigenti universitari farebbero bene a cogliere l’occasione e introdurre le riforme necessarie”.

I toni sorprendentemente educati con cui la ministra ha chiesto alle università di contenere le spinte progressiste segnano una netta inversione di rotta rispetto a un anno fa, quando l’amministrazione Trump prendeva di mira le università con una campagna ricattatoria, subordinando l’accesso ai fondi federali al rispetto della linea culturale del movimento Make America great again (Maga).

Alla fine di luglio del 2025 l’università della Pennsylvania, la Columbia university di New York e la Brown university del Rhode Island avevano ceduto a varie richieste del governo – dal ridimensionamento delle politiche Dei e del sostegno per i diritti delle persone transgender alla lotta contro l’antisemitismo nei campus – in cambio del ripristino dei finanziamenti pubblici.