Il ricordo
Stefano Giordano
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Il 3 settembre 1982, in via Carini, Cosa nostra uccise il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Era prefetto di Palermo da cento giorni, mandato a combattere la mafia con poteri promessi e mai arrivati. Poche settimane prima aveva spiegato a Giorgio Bocca la regola del gioco: si uccide l’uomo potente quando è diventato pericoloso e insieme è rimasto solo.
Di quel delitto ho un ricordo obliquo. Mio padre presiedette la Corte d’assise del maxiprocesso e ne scrisse la sentenza, nel dicembre 1987, dopo che altri avevano declinato l’incarico. In quelle carte l’omicidio del prefetto è una decisione di vertice, condivisa con i catanesi. Lì ho imparato che il coraggio si giudica dagli atti, non dalle dichiarazioni. Per questo oggi mi infastidisce la confusione. Si celebra come eroe dell’antimafia chi conduce una trasmissione, chi colleziona inchieste senza condanne, chi fa della scorta una medaglia e della lotta alla mafia un trampolino verso una candidatura. Sciascia lo scrisse sul Corriere della Sera nel gennaio 1987, e fu sommerso di insulti: i professionisti dell’antimafia. Erano pochi allora, sono un’industria adesso.














