Giorgia Meloni festeggia il record di durata del suo governo. È un risultato politico, certamente. Ma proprio quel record rende più severo, non più indulgente, il giudizio sui risultati. Perché pochi governi nella storia recente hanno avuto contemporaneamente condizioni tanto favorevoli: una maggioranza larghissima e autosufficiente in entrambe le Camere e quasi 200 miliardi di Pnrr — 194,4 miliardi, per l’esattezza — per investimenti e riforme. Una massa di risorse irripetibile.

Tempo, numeri e denaro. Difficilmente ricapiterà.

Per questo, dopo quattro anni, la domanda non è quanto sia durato il governo. È che cosa abbia fatto di questa occasione.

Il governo ha puntato molto sulla stabilità dei conti pubblici e sulla riduzione del deficit e del debito. È un obiettivo positivo, soprattutto per un Paese che porta sulle spalle uno dei debiti pubblici più elevati d’Europa. Ma la questione è con quali scelte e, soprattutto, con quale idea di crescita.

Il Pil ha mantenuto il segno più anche grazie alla spinta del Pnrr. Senza quel sostegno straordinario alla domanda e agli investimenti il quadro sarebbe stato inevitabilmente più debole. E quando una parte rilevante della crescita dipende da una spinta temporanea e irripetibile, il punto non è soltanto registrare qualche decimale positivo: è capire se quelle risorse stiano cambiando strutturalmente il Paese e se quella crescita sarà in grado di camminare sulle proprie gambe quando il Pnrr sarà finito.