Imprese, PA e professionisti nel limbo delle sanzioni privacy. Tutti rischiano pesanti ammende per un lunghissimo tempo, non predeterminato e neppure predeterminabile. Questo, perché, la legge non indica una scadenza, chiara e certa, del potere punitivo, creando problemi anche alla stessa autorità amministrativa competente per le sanzioni. È quanto emerge dalla sentenza della Corte di cassazione n. 24861/2026 (si veda ItaliaOggi del 3/9/2026), nella quale si afferma che la predefinizione di un termine legislativo per l’emissione dell’ingiunzione è essenziale ed è imposta dal principio costituzionale del buon andamento della PA.

La sentenza della Cassazione, a proposito delle sanzioni privacy, è costretta a ribadire cose che discendono da una semplice lettura delle norme: non possono essere considerati come termini massimi per la conclusione del procedimento sanzionatorio i termini previsti per altre circostanze e cioè le decisioni dei reclami o l’invio dell’atto di contestazione di una presunta violazione (collocato all’inizio del procedimento). Al riguardo, si deve notare che ci sono giudici che hanno compiuto l’operazione di applicare termini disposti per altre fattispecie (si veda ItaliaOggi7 del 31/8/2026). Ma è proprio qui il punto dolente: il giudice non può rattoppare un buco legislativo, è un’invasione di campo.