BRUXELLES. Il ministro danese dell’immigrazione, il socialdemocratico Morten Bodskov, è convinto che il suo Paese riuscirà a trasferire i primi migranti irregolari in un “return hub” fuori dal territorio Ue già nel corso del 2027. Lo ha assicurato ieri dopo aver accolto i colleghi degli altri quattro Paesi che stanno lavorando al primo progetto europeo di questo tipo: Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia. Non c’è l’Italia, almeno per ora, anche se il governo Meloni condivide pienamente la filosofia e anzi ritiene di averla ispirata con i centri in Albania. I cinque ministri si sono riuniti a Copenaghen per mettere a punto il piano, ma al momento restano molti interrogativi: dove verranno esattamente installati questi centri, quali caratteristiche avranno, da chi saranno gestiti, quali garanzie offriranno sul fronte del rispetto dei diritti umani e con quali fondi verranno finanziati.

Le domande sono state poste ai diretti interessati, ma le risposte sono ancora estremamente generiche. I cinque ministri non hanno voluto fare i nomi dei Paesi candidati a ospitare le strutture, ma si sono limitati a dire che «entro la fine dell’anno verranno siglati gli accordi». Da quel che trapela, sono stati avviati contatti con l’Uganda e la scorsa settimana una delegazione di funzionari del cosiddetto “Gruppo dei cinque” si è recata a Kigali, in Ruanda, per discutere del progetto con gli esponenti del governo locale. Il Ruanda è il Paese che nel 2022 aveva offerto il suo sostegno all’allora governo britannico guidato da Boris Johnson per un progetto sulla gestione dei migranti respinti dal Regno Unito. Il piano, però, è rimasto sulla carta per via della bocciatura della Corte suprema e così il Ruanda si è ritrovato con il cerino in mano: a giugno, la Corte permanente di arbitrato dell’Aia ha respinto la richiesta del Paese africano di ricevere 100 milioni di sterline, spesi per iniziare ad allestire le strutture e per avviare le procedure. Ora Kigali avrebbe offerto la sua disponibilità ai cinque Paesi europei, alla luce del nuovo regolamento Ue che offre la base giuridica necessaria per un’operazione di questo tipo (anche se non è stato ancora pubblicato nella Gazzetta Ufficiale). Ma dalle parole ai fatti, la strada sembra ancora lunga. Il Consiglio d’Europa guarda con molto scetticismo all’idea e il commissario ai Diritti Umani, Michael O’Flaherty, ha fissato quattro condizioni. Ha chiesto una valutazione dei rischi preventiva, un monitoraggio indipendente costante, clausole giuridicamente vincolanti negli accordi e la pubblicazione di tutti i documenti.