«Care compagne e cari compagni, oggi qui si incontrano persone che in vario modo hanno tenuto il punto. Quello di uno sguardo di sinistra sull’Italia e sul mondo». E ancora, poco dopo, «noi vogliamo essere una forza radicale e di governo. Essere radicali non significa essere estremisti. È esattamente il contrario». Con queste parole Fabio Mussi apriva la sua relazione al Congresso fondativo di Sinistra Italiana.
Ne aveva sostanzialmente scritto le tesi e quella relazione, svolta all’alba della prima presidenza Trump, resta oggi terribilmente attuale. Ascoltarla come ho fatto giovedì, restituisce la dimensione di un dirigente politico di straordinaria levatura.
Fabio, che era nato nel 1948 in una famiglia operaia di Piombino, fu il più giovane dirigente a entrare nel comitato centrale del Pci. La sua carriera lunga e ricca di incarichi, ha sempre avuto il segno di una intelligenza curiosa e inquieta. Fu tra i pochi a votare contro la radiazione del manifesto e tra i primi a intuire la centralità della questione ambientale; e protagonista della lotta contro il nucleare in un partito ancora pesantemente segnato da un’impronta industrialista.
Dopo la fine del Pci continuò a militare nel Pds e poi nei Ds fino al congresso di Firenze che ne decretò lo scioglimento per fondare il Pd. In quell’occasione, al termine del suo intervento pronunciò la frase che annunciava una scelta radicalmente diversa: «Io mi fermo qui». Avvertiva troppo forte il rischio di uno smottamento profondo e ormai difficilmente evitabile. Da li la nascita di Sinistra democratica che fu poi protagonista decisiva per la nascita di Sel.










