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Potrebbe sembrare strano leggere oggi che a 28 anni Gloria Steinem, morta giovedì, abbia indossato per un mese un costume da coniglietta, orecchie e coda incluse. Ma è così che una delle più importanti esponenti del femminismo statunitense documentò il modo degradante in cui venivano trattate le donne nei Playboy Club, dei posti che negli anni Sessanta venivano considerati molto alla moda: ci andavano i Beatles, Peter Sellers, Michelangelo Antonioni.

Lo fece per scrivere un reportage pubblicato nel 1963 dalla rivista Show, che contribuì a dimostrare che il modo in cui veniva rappresentato quel mondo non era affatto quello vissuto da chi ci lavorava: i salari erano molto più bassi di quelli promessi e i turni erano molto pesanti fisicamente. La proclamata libertà sessuale era solo apparente: era un sistema di sanzioni a costringere le conigliette a comportarsi in un certo modo.

L’inchiesta anticipava anche molti dei temi che poi divennero centrali nella politica femminista successiva, come la mercificazione delle donne e del loro corpo o l’emotional labor, la fatica di gestire le proprie emozioni per soddisfare quelle richieste su alcuni posti di lavoro, come sorridere o essere sempre disponibile e amichevole. Steinem, insomma, mise in discussione i modelli dominanti di femminilità, relazioni e sessualità che si erano affermati in quegli anni.