Il 24 giugno l’UNECE ha reso legale il veicolo senza conducente. Il 30 luglio diciotto Paesi UE hanno firmato il riconoscimento reciproco delle autorizzazioni. Il 26 agosto Roma ha aperto un avviso per selezionare operatori con cui avviare sperimentazioni di veicoli senza conducente. Nello stesso mese il Nevada ne ha autorizzati settemila in una sola contea.Questo articolo è il primo di una serie di approfondimenti sulla guida autonoma che leggono l’attualità sulla base delle analisi presenti nel libro “The Human Side of Autonomous Mobility”, in cui Carlo Iacovini racconta dall’interno i primi deployment di veicoli autonomi su strada pubblica in Europa.Per quasi dieci anni, alla domanda “perché in Europa non ci sono robotaxi” la risposta più onesta era: perché non si può.Io l’ho vissuto dall’interno. Quando lavoravamo all’omologazione europea di uno shuttle autonomo elettrico, tra il deployment di Hambach in Germania e i tavoli tecnici con il TÜV, il collo di bottiglia non è quasi mai stato solo il veicolo.Già la tecnologia allora non era matura come oggi. Ma a queste perplessità si aggiungeva il percorso formale per farlo circolare: cicli di test, modifiche ingegneristiche per allineare un mezzo nato negli Stati Uniti alle normative europee, vincoli di rotta, la necessità continua di tradurre un progetto promettente in qualcosa che un’autorità potesse accettare e firmare. In quegli anni un veicolo senza pedali e volante, non poteva circolare, figuriamoci senza conducente.Vista da fuori, la regolamentazione sembra un testo di legge, ma vista da dentro, assomiglia a una lunga trattativa fra ambizione ingegneristica e burocrazia.Quella risposta, quest’estate, ha subito un cambiamento scandito da alcune tappe.Indice degli argomenti