Del gruppo dirigente del Partito comunista italiano che si avviava al cambio di nome, Fabio Mussi, morto il 3 settembre a 78 anni, era tra i più fedeli ad Achille Occhetto. Aderì subito al “nuovo” Pds, il Partito democratico della sinistra, divenendone il capogruppo alla Camera, anche quando la segreteria passò a Massimo D’Alema. Ma non aderì al Partito democratico. Al momento della sua nascita, nel 2007, infatti, Mussi decide di dare vita a Sinistra democratica, movimento politico che tra mal di pancia, scissioni, convergenze e riaggregazione alla fine si dividerà tra la corrente bersaniana del Pd e Sinistra italiana della cui Direzione nazionale faceva parte proprio Fabio Mussi.

“Seguirò il consiglio di D’Alema che mi ha chiesto di risparmiarvi i commiati drammatici, ma credo, dopo 40 anni dedicati a questo partito di avere diritto di parola” disse il leader scomparso al congresso dei Democratici di sinistra a Firenze nel 2007 avendo ben chiaro cosa era e cosa sarebbe stato quel partito: “Questa non è la svolta della Bolognina dell’89 ma è la svolta figlia di un fallimento, fallimento che sento anche mio“. E sempre in quella sede annuncia il nuovo progetto: “La nostra intenzione è di costruire un movimento politico autonomo, che si propone di aprire un processo politico nuovo, più a sinistra del Partito democratico Lo so che è un’impresa difficile. Ma anche la vostra non sarà facile. Si aprono due fasi costituenti. Sarebbe bello un doppio successo. Buona fortuna compagni”. Come detto, quel progetto sarà piuttosto contorto: conosce la delusione della Sinistra Arcobaleno nelle elezioni del 2008, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento del 4%, poi subisce alcune scissioni di componenti legate alla Cgil che rientrano nel Pd e aderisce a Sinistra, Ecologia e Libertà di Nichi Vendola fino all’attuale Sinistra italiana. Di quella scelta non si è mai pentito anche se in anni recenti ha dichiarato di “non aver fatto abbastanza per impedire la nascita del Pd”.