Era il fratello maggiore di Massimo D'Alema, aveva un anno di più, alla Normale di Pisa. Lui prese la laurea l'ex premier, no. Fabio Mussi lascia il mondo della sinistra in cui è entrato a metà degli anni Sessanta, aderendo al Pci, dopo aver sofferto, con grande riservatezza. È morto in ospedale, al Sant'Eugenio di Roma. Faceva parte di quella schiera di politici per i quali la cultura, la conoscenza, la profondità di pensiero, il rispetto delle idee e la battaglia delle idee sono il sale della vita e dell'attività politica. Il Pci, ministro dell'Università nell'ultimo governo Prodi, scelse con grande soifferenza, ma come si diceva una volta con alte motivazioni ideali, di non aderire al Pd, quando finirono i Ds, dopo aver appoggiato la svolta di Achille Occhetto che mise fine al Pci.

L'emozione e la drammaticità di quei giorni a Firenze, 2007, sono archeologia rispetto all'attuale modo di concepire la politica. Fabio Mussi aveva provato a tenere i Ds più a sinistra all'inizio del secolo costruendo il Correntone, puntando sulla leadership di Sergio Cofferati e Giovanni Berlinguer, uscendo sconfitto, maggioranza del partito schierata con Piero Fassino. Ma per tutti era politica, non una guerra. Era confronto, anche molto sofisticato. Mussi si ritrovò in minoranza due volte, anche 18 anni fa, quando mosse le vele il Partito democratico. "Non ho fatto abbastanza per evitare che il Pd nascesse", disse ad Alfonso Raimo tre anni fa in una intervista su Huffpost. Aggiungendo: “Debbo rilevare che il Pd in 15 anni non ha mai vinto le elezioni e oggi si trova i post fascisti al governo. Ricordo la cosa più bizzarra, la vocazione maggioritaria. La pretesa di non fare alleanze organiche. Ebbene è successo al Pd quello che succede a molti seminaristi. Hanno la vocazione, ma poi non prendono i voti…. Dovrebbe esserci un colossale senso di colpa per questo risultato. Lo avverto io per primo perché mi interrogo su cosa avrei potuto fare di più”. L'ironia colta, il suo tratto distintivo.