Ieri stavo ascoltando Before the world blows, il nuovo disco di Erykah Badu con il produttore The Alchemist, e dopo la fine dell’ultimo brano, Black box, il servizio di streaming che uso (Tidal) ha fatto partire in automatico brani di altri artisti soul e rnb contemporanei. Fin dal primo brano suggerito dall’algoritmo ho notato che la qualità era scesa drasticamente.
In Black box, un pezzo che mescola in modo sapiente jazz e soul, Badu rappa e canta dialogando con il sassofono di Kamasi Washington e denuncia la sua (e la nostra) dipendenza dagli smartphone. Nel ritornello si aprono squarci di afrofuturismo, mentre i fantasmi di Sun Ra e del David Bowie di Blackstar aleggiano nell’aria. Niente è fuori posto, l’intensità e l’urgenza espressiva sono altissime dal primo all’ultimo secondo. Delle canzoni che ho ascoltato dopo, invece, non ricordo nemmeno il titolo.
Il punto è che i brani proposti da Tidal, per quanto coerenti con la logica dell’algoritmo, erano poco più che una versione aggiornata dell’rnb e del soul statunitense. Il paragone, però, era impietoso. Erykah Badu non ha bisogno di scimmiottare altri artisti, le basta essere se stessa. Ed è di un altro pianeta rispetto alla maggior parte dei musicisti in circolazione. Chi l’ha vista dal vivo lo sa. A me è successo due volte e, soprattutto la prima, sono rimasto folgorato dalla sua esibizione come mi è capitato poche volte nella vita. Penso sia stato uno dei cinque o sei concerti più belli che abbia mai visto.








