Se qualcuno nutrisse dubbi sulla natura e gli scopi dell’azione politica del governo di Giorgia Meloni e Carlo Nordio nel settore giudiziario, la recente vicenda di Torino giunge opportunamente a fugare ogni dubbio. Secondo il guardasigilli, un provvedimento giurisdizionale che ha applicato una misura cautelare blanda in un caso di violenza sessuale consistita in palpeggiamenti di una minorenne ad opera di un imputato extracomunitario (particolare non secondario nella visione politica della maggioranza) giustifica un’ispezione straordinaria presso l’ufficio del giudice per le indagini preliminari del capoluogo piemontese.
L’iniziativa del ministro è stata accompagnata da un post della premier sui social, come d’uso, dai toni urlati ed apertamente derisori della decisione del giudice. Con le consuete espressioni spicce e destinate ad una platea di bocca politicamente buona (l’elettorato potenzialmente interessato dall’Opa Roberto Vannacci), Meloni osserva che il provvedimento della gip torinese avrebbe distrutto «la catena» (sic!) creata dalle leggi securitarie del suo governo, per cui «non si può fare niente se non inviare gli ispettori del ministero ed è quello che stiamo facendo» (ancora, sic!). Dunque la presidente del Consiglio (come Donald Trump, certamente eletta dalla volontà popolare, ci mancherebbe) certifica, se ce ne fosse bisogno, il legame tra l’adozione di un provvedimento tipico del giudice (l’ordinanza cautelare) e l’ispezione disposta dal ministro come forma di vero e proprio atto amministrativo di ritorsione politica. Già basterebbe questo ad illustrare la gravità del caso.









