«C'è una guerra». «Ha fatto un'infamia». «Sono tutti una cosa». Il linguaggio è quello tipico della mafia militare. Quello dei "soldati" dei clan, giovani reclutati per fare gli affari più sporchi e con maggiore rischio. Ma a parlare così, stavolta, non è uno di loro. Ma è una madre. Una mamma che spiega - inconsapevole di essere ascoltata in diretta dai carabinieri - i motivi che hanno portato il figlio, ora dietro le sbarre, a rispondere al fuoco a Motta Sant'Anastasia. Una madre, appunto. La donna era chiaramente consapevole dello scenario di "guerra" in cui suo figlio era immerso. Una madre che conosceva le dinamiche criminali, le migrazioni mafiose e le alleanze fra famiglie. È un dato inquietante, più a livello sociale che giudiziario, quello che viene fuori dalle carte dell'operazione che ha portato a disvelare le ragioni della sparatoria con inseguimento e reazione armata avvenuta la settimana scorsa a Motta Sant'Anastasia nei giorni della festa del patrono. Drammaticamente allarmante è che una madre utilizzi "il vocabolario dei mafiosi" per esprimersi. Perché le parole sono cultura. Le parole sono un mezzo educativo. Le parole plasmano le coscienze. Hanno una forza dirompente. E sentire una madre che "offre", inconsapevolmente, agli investigatori la fotografia criminale di quanto stava avvenendo con assoluta contezza, inquieta non poco. Inquieta sul futuro. Perché è la famiglia il ring dove si deve combattere la mafia. E cancellare questo turpe dizionario criminale.