E adesso che si fa? È la domanda che si stanno ponendo le giunte militari del Sahel, dal Mali al Burkina Faso fino al Niger. Hanno cacciato i francesi, hanno cacciato gli americani - troppi discorsi sui diritti umani, troppe lezioni di democrazia, soprattutto da Washington - e hanno chiamato i russi, ma non è andata esattamente come avevano previsto. D’altronde la narrazione del Cremlino appariva irresistibile. Mosca si proponeva come un partner pragmatico, duro, senza complessi di colpa coloniale e soprattutto privo del vizio occidentale di fare la morale sui diritti umani o sulla legalità costituzionale. C’era solo da pagare una stecca in oro, diamanti, uranio e concessioni minerarie. Si poteva fare. Quindi via a furor di popolo l’operazione Barkhane, via la Minusma dell’Onu, via le basi Usa di Agadez, dentro la Wagner che poi, morto Prigozhin, è diventata Africa Corps (stessa roba ma con il timbro del Ministero della Difesa russo). Tante promesse però risultati decisamente mediocri.
Prendete il Niger. Sabato Niamey ha fatto circolare la notizia: tentata rivolta sedata grazie al supporto dei «partner russi». Mosca ha subito rilanciato: operazione riuscita, stabilità garantita. In realtà in Niger i russi sono poche decine, più che altro addetti alla protezione della giunta. Dovevano fare la guerra ai jihadisti del Jnim (Jama'a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin) e dell’Is Sahel che controllano metà delle piste tra Tillabéri e la frontiera maliana, ma non si sono mai visti, non perlustrano, non tengono il territorio, non escono dai compound se non per scortare un convoglio di carburante. Si limitano a difendere malamente lo status quo. Il problema di Putin ovviamente è la guerra in Ucraina che assorbe uomini, armi, rubli e attenzioni.







