Ero a casa mia, a Cremona, quando alle quattro e mezza del pomeriggio del 28 agosto dal cielo si è scatenata letteralmente l'ira di Dio. In un pugno di minuti ha colpito la città quello che qualche ora dopo, a danni fatti, avrei imparato a chiamare un mesociclone. Questione terminologica a parte, la mia piccola città è stata devastata negli edifici, nei monumenti (sono crollate la sommità di una torretta della Cattedrale e il tetto della Torre civica, per dire solo i più simbolici), negli alberi anche più grandi abbattuti come fuscelli. Nessuno di qui può ricordare un evento climatico peggiore, ma soprattutto tutti noi ricorderemo questo come il primo evento probabilmente di una lunga serie a venire, chissà.

Personalmente sono sempre stato preoccupato per le conseguenze del cambiamento climatico. Oggi sono spaventato. È stata l'estate peggiore di sempre, per il caldo soffocante, i mari bollenti, la siccità estrema (il Po mai visto così basso). Se vi fosse la minima speranza che si tratti di una tendenza reversibile, troverei conforto. Purtroppo, invece, è stata l'estate migliore tra quelle che verranno nei prossimi anni e decenni. Non siamo abituati a pensare nel lungo periodo, perché, come diceva quel tale, nel lungo periodo siamo tutti morti. II pensiero del lungo periodo è per natura un pensiero difficile, respingente, in un certo senso contro la vita. Eppure il lungo periodo sta diventando sempre più breve, quello che avveniva statisticamente ogni trent'anni adesso avviene ogni dieci o cinque anni, e questo dovrebbe renderci, se non più facile, almeno inevitabile allungare lo sguardo sul domani. Chi non voglia pensare alle prossime generazioni, o direttamente ai propri figli (se ne ha), sarà costretto a pensare a se stesso.