La corsa ai robotaxi è già partita e nei prossimi anni potrebbe trasformare non solo il modo di muoversi nelle grandi città, ma anche interi settori dell’economia. Secondo il recente report Here at Last: The Evolution of the Robotaxi di Boston Consulting Group (Bcg), la flotta globale di robotaxi potrebbe superare 1 milione di veicoli entro il 2035, arrivando fino a 3 milioni nello scenario più favorevole. Stati Uniti e Cina sono oggi più avanti, con servizi già operativi su scala e una maggiore esperienza nella gestione delle flotte autonome. L’Europa parte invece più indietro, ma secondo Bcg può contare sulla forte densità urbana e sulla crescente attenzione alla mobilità sostenibile. La sfida europea sarà soprattutto tecnologica e regolamentare: serviranno software più sofisticati, mappe digitali, gestione delle flotte in tempo reale e norme più chiare. Ma il potenziale economico è significativo. Entrare in una nuova città può richiedere fino a 30 milioni di dollari di investimenti e fino a sei anni per raggiungere una copertura significativa dell’area urbana, secondo Bcg. Nel lungo periodo, secondo Bcg, i robotaxi potrebbero arrivare a sostituire fino all’85% delle corse effettuate oggi da taxi e servizi di ride-hailing nelle grandi città. I fronti coinvolti Per gli investitori, dunque, l'opportunità non riguarda soltanto le società che produrranno le auto autonome. La diffusione dei robotaxi potrebbe infatti creare nuovi mercati lungo tutta la filiera: software, sensori, semiconduttori, infrastrutture digitali, gestione delle flotte e assicurazioni. Proprio il settore assicurativo potrebbe essere tra quelli maggiormente trasformati. Secondo un’analisi di IO Office, l’avvento dei veicoli autonomi dovrebbe ridurre nel lungo periodo il numero degli incidenti, ma aumentare il costo medio dei sinistri. Oggi oltre il 90% degli incidenti stradali è attribuibile a errori del conducente, mentre la crescente automazione potrebbe ridurre la frequenza degli incidenti fino all’80% entro il 2040 negli Stati Uniti, secondo una precedente analisi Kpmg. Il rovescio della medaglia è che un veicolo autonomo di livello 5 può costare circa 3,4 volte di più da riparare rispetto a un'auto tradizionale equivalente, secondo Swiss Re. Cambierà inoltre chi sarà chiamato a rispondere in caso di incidente: la responsabilità potrebbe progressivamente spostarsi dal conducente al costruttore dell’auto o al fornitore del software. Per questo, secondo IO Office, gli assicuratori tecnologicamente più avanzati e con grandi quantità di dati potrebbero diventare partner strategici delle case automobilistiche e delle società software. La trasformazione, quindi, non riguarda soltanto il taxi senza conducente. Per chi investe, la partita dei robotaxi potrebbe diventare una scommessa sull’intero ecosistema della mobilità autonoma: dalle auto ai chip, dal software alle assicurazioni. Le prospettive in Italia Nel nostro Paese, la sfida dei robotaxi non sarà solo farli circolare, ma conquistare un posto nella filiera tecnologica che ne guiderà lo sviluppo.«L'evoluzione dei robotaxi conferma una traiettoria ormai chiara: la guida autonoma non sarà una rivoluzione improvvisa, ma una transizione graduale e irreversibile che ridisegnerà la mobilità urbana nel prossimo decennio. In Europa il percorso sarà più lento che negli Stati Uniti e in Cina, il nostro scenario base stima circa 120.000 robotaxi sulle strade europee al 2035, contro gli 850.000 della Cina, per via di un quadro regolatorio più frammentato e di costi operativi più elevati – dice Giuseppe Collino, Managing Director e Senior Partner di Bcg -. Per l'Italia, però, la vera posta in gioco non è quanti robotaxi circoleranno nelle nostre città, ma il ruolo che la nostra filiera saprà conquistare in questa trasformazione: componentistica, sensoristica, software, servizi di gestione e manutenzione delle flotte, infrastrutture intelligenti. È lì che si concentra il valore industriale, ed è lì che il Paese ha competenze profonde da mettere a frutto. Per coglierne i benefici il settore dovrà prepararsi su tre fronti: un quadro normativo nazionale chiaro e armonizzato con quello europeo, che dia certezza agli investimenti; infrastrutture e reti di ricarica pronte ad accompagnare le flotte; e una filiera che, anziché limitarsi a rifornire i grandi operatori internazionali, scelga di posizionarsi sui segmenti a più alto valore aggiunto, la sensoristica avanzata come LiDAR e radar, il software di percezione e validazione, i sistemi di sicurezza e cybersecurity, le piattaforme di gestione predittiva delle flotte e le infrastrutture connesse. Sono ambiti in cui le risorse del nuovo decreto automotive destinate alle tecnologie di mobilità connessa e autonoma indicano la direzione giusta. Servono ora continuità, una visione di sistema e la pazienza strategica che una trasformazione di questa portata richiede».
Robotaxi, la corsa mondiale è partita. Quali sono le opportunità (e i rischi) per gli investitori
Nel lungo periodo, secondo un report Bcg, potrebbero arrivare a sostituire fino all’85% delle corse effettuate oggi da taxi e servizi di ride-hailing nelle gra…






