È bastato che una docente dell’Università di Pechino definisse la flessibilità una forma di welfare per scatenare la tempesta perfetta. Soprattutto tra i più giovani alle prese con un mercato del lavoro asfittico e una mobilità sociale congelata.

«Dal punto di vista dell’economia del lavoro, la flessibilità è una forma di welfare». Da giorni sui social e i media cinesi è una delle frasi più citate. A pronunciarla è stata Zhang Dandan, professoressa di economia e vice direttrice della National School of Development dell’Università di Pechino, scatenando l’ira dei giovani, alle prese con un mercato del lavoro saturo e caratterizzato da una forte instabilità. La reazione sui social cinesi è stata immediata: se la gig economy è un Eldorado, si sono chiesti in molti, perché chi ha un posto stabile non lo lascia per diventare un lavoratore flessibile?

Zhang Dandan (dal sito della National Schoolof Development).

Il mercato non riesce ad assorbire i neolaureati

La polemica è esplosa proprio a ridosso della pubblicazione dei nuovi dati sulla disoccupazione giovanile che a luglio è salita al 17,9 per cento. Un balzo di tre punti rispetto al dato di giugno che riporta la quota vicino al massimo storico registrato con la nuova metodologia statistica introdotta nel 2023. A pesare è l’ingresso nel mercato del lavoro di 12,7 milioni di neolaureati, circa il 4 per cento in più rispetto lo scorso anno. L’offerta crescente di lavoratori qualificati si scontra però con un’economia in rallentamento e con aziende che riducono o congelano le assunzioni. In Cina, insomma, i lavori stabili calano e milioni di giovani passano da un impiego temporaneo all’altro. Secondo il China New Employment Forms Research Center, nel 2026 i lavoratori flessibili dovrebbero raggiungere quota 320 milioni, contro i 280 milioni del 2025. Quasi il 44 per cento della forza lavoro urbana cinese resta fuori dal perimetro del contratto a tempo indeterminato.