L’Islanda non riaprirà, almeno per ora, il percorso verso l’Unione europea. Al referendum sulla possibilità di tornare al tavolo con Bruxelles, il No ha ottenuto il 52,8% dei voti contro il 47,2% del Sì.
Un risultato netto, anche se arrivato al termine di una consultazione che ha mostrato un Paese diviso e un’affluenza particolarmente elevata: alle urne si sono recati 225.031 elettori, pari all’82,5% degli aventi diritto.
Il quesito non chiedeva agli islandesi se volessero entrare nell’Ue. La domanda era se il Paese dovesse «riaprire i negoziati di adesione con l’Unione Europea». Una vittoria del Sì avrebbe quindi consentito al governo di Reykjavik di riprendere le trattative interrotte nel 2013. L’eventuale accordo raggiunto con Bruxelles avrebbe poi dovuto essere sottoposto a una nuova consultazione popolare. Il No, invece, rinvia il dossier europeo e rende improbabile che la questione torni concretamente sul tavolo prima del 2028.
Lo scrutinio ha confermato una divisione geografica già emersa durante la campagna. Il Sì è riuscito a prevalere soltanto nei due collegi della capitale, Reykjavík, mentre il No ha conquistato le altre circoscrizioni. Anche nella capitale, tuttavia, il risultato degli europeisti è stato meno ampio di quanto sperato: nel collegio Reykjavík Sud il Sì ha raggiunto il 54,49%, mentre a Reykjavík Nord si è fermato al 57,51%. Numeri sufficienti per vincere nei due collegi, ma non per compensare il risultato delle altre aree del Paese.










