A Verona, venerdì e sabato scorsi, i due teatri antichi della città hanno lavorato ciascuno contro la propria natura. Al Teatro Romano, che è l'edificio più vecchio di Verona, fine del primo secolo avanti Cristo, gradinate posate sul colle di San Pietro come usavano i greci e un migliaio di posti pensati perché fosse perfettamente ascoltabile anche una voce sola, è arrivato Giovanni Caccamo con un'intera orchestra sinfonica amplificata. In Arena, che i romani costruirono un secolo dopo, intorno al 30 dopo Cristo, per i gladiatori, e la piazzarono fuori le mura repubblicane con quel tanto di prudenza che si usa verso la folla, più di diecimila persone hanno assistito a una tragedia che Giuseppe Verdi aveva immaginato per un salotto borghese, una casa di campagna e una camera da letto spostata al Moulin Rouge.

Caccamo festeggia in questo tour dodici anni di strada, e li festeggia nel modo più rischioso: mettendo la canzone dentro l'orchestra. Gli arrangiamenti e la direzione sono di Valter Sivilotti, l'orchestra è quella dell'Accademia Naonis di Pordenone, e la domanda che ci si porta dentro è se una canzone d'autore, vestita così, si riveli o si snaturi. Il velluto c'è, e non snatura niente: le canzoni ci stanno dentro senza perdere la loro forma. Perché Sivilotti non gonfia e basta. Quando si arriva alla parte battiatesca aggiunge i legni alla combinazione di archi e tastiere che Franco Battiato usava dal vivo, e il colore che ne esce è nuovo, più mosso, più ricco. È un'operazione da musicista, non da confezionatore. Al pianoforte siede Giuseppe Barbera, che con Battiato ha suonato per anni: il legame con il maestro non è soltanto di repertorio, è di persone.