Ambiente
Metà verde e metà marrone. I boschi del parco nazionale della Val Grande, nell’alto Piemonte, sembrano dividersi a metà dopo gli incendi di quest’estate. Dal primo luglio a Ferragosto le fiamme hanno colpito senza interruzione diversi punti del parco. “Trecentocinquanta ettari di parco” racconta il presidente Luigi Spadone (600 se si considera tutta l’Ossola), mentre sale insieme a Ilfattoquotidiano.it nelle zone più colpite dai roghi. Nell’aria si sente ancora la puzza di bruciato. Sul terreno è rimasta la cenere. “Il fuoco ha tolto quella copertura vegetale che preservava i versanti – spiega il geologo e direttore del parco Michele Zanella – la cenere mista a detriti ha creato una superficie molto più impermeabile rispetto a quando c’era il sottobosco, dunque con le forti piogge l’acqua scorre più velocemente”. E le conseguenze si sono già viste. Le prime piogge hanno generato colate di fango e detriti che hanno colpito la rete sentieristica del parco. Ma quanto ci vorrà per recuperare la vegetazione? “I tempi non sono quelli dell’uomo – precisa la biologa Cristina Movalli che segue il servizio di conservazione della natura del parco – ci sono specie che crescono più velocemente e sicuramente recupereranno prima ma ci vorranno decenni. Il bosco non tornerà come prima, ci potranno essere dei cambiamenti di specie con quelle più resistenti che potranno colonizzare più velocemente il luogo”. La lezione da ricordare, secondo il presidente, è che “i boschi vanno gestiti perché sono una risorsa ma svolgono anche un ruolo di prevenzione e salvaguardia del territorio, mentre oggi sono abbandonati”. Ma le risorse a disposizione del parco sono sufficienti? “Non si può pensare di bonificare tutto il parco con i due-tre milioni di euro all’anno che sono già importanti ma non si può pensare di fare quello che si faceva una volta quando tutti vivevano in montagna – conclude Spadone – come Parco abbiamo fatto di interventi, ma si potrebbe fare molto di più ma servirebbero risorse significative







