L’Ilva si spegne. Esaurite le scorte di materie prime, lo stop appare fissato per il 20 settembre. È la prima concreta conseguenza del decreto emesso dalla Corte d’appello che il 27 luglio scorso ha imposto alla fabbrica 90 giorni per fermare gli impianti a causa delle tonnellate di amianto presente ancora nello stabilimento e delle emissioni inquinanti per lavoratori e cittadini: tre mesi che, a conti fatti, dovrebbero coincidere con il 25 ottobre, ma le riserve di minerale di ferro e carbone sono ormai tali da non superare il prossimo mese. Dal giorno della sentenza, infatti, Acciaierie d’Italia in As ha fermato l’approvvigionamento di materie prime e quindi in fabbrica mancano gli elementi essenziali per continuare la produzione: stando a quanto appreso dalla Gazzetta, quindi, l’ultima colata nell’area a caldo è prevista intorno alla seconda decade di settembre per poi avviare in sicurezza le attività per fermare gli impianti.

Nei giorni scorsi era circolata la voce di uno stop per il 6 settembre, ma quella data era collegata alla diffida imposta del Ministero dell’Ambiente sull’uso delle discariche, nel frattempo superata dal decreto legge varato del Consiglio dei Ministri. E così la palla si è spostata in avanti, ma di sole due settimane. La situazione, insomma, non cambia: lo stabilimento ionico è destinato allo stop a meno che i giudici milanesi non dispongano una sospensiva del verdetto della Corte d’appello milanese in attesa che la Cassazione valuti il ricorso degli avvocati dell’Ilva già depositato nei giorni scorsi. L’udienza dinanzi alla Suprema Corte non è ancora stata fissata e quindi a dover decidere se l’Ilva potrà continuare a produrre in attesa della sentenza di terzo grado, dovrebbero essere i giudici della Corte d’appello di Milano (con una composizione ovviamente diversa da quella che si è espressa per l’azione inibitoria proposta dai Genitori Tarantini attraverso gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano). Nelle 45 pagine del provvedimento i magistrati hanno spiegato la decisione evidenziando in particolare l’ingente quantità di amianto presente in fabbrica e la mancata riduzione delle emissioni per le polveri sottili (pm10 e pm2,5). Sul primo punto la corte d’appello ha sottolineato che nello stabilimento ionico sono presenti 2 tonnellate di materiale cancerogeno che, come evidenziato da Ilva in As si trova principalmente nei cowper altoforni: la società si è difesa sostenendo che quel materiale è «entrocontenuto» nella struttura dell’impianto, si trova cioè tra la corazza in metallo e lo strato di mattoni refrattari degli impianti e quindi per i gestori e la proprietà della fabbrica è impossibile la fuoriuscita delle fibre anche durante la marcia produttiva. I giudici, tuttavia, sono stati di altro avviso: nel ribadire che «l’amianto è l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto)» e nella popolazione di Taranto e del vicino comune di Statte «si presenta in misura quattro volte superiore» rispetto ad altri territori, ha soprattutto chiarito che è «errato» ritenere che non vi sia dispersione di fibre cancerogene nell’aria per due motivi. Principalmente perché «anche usando la più recente microscopia elettronica, i filamenti di amianto più pericolosi non sarebbero rilevabili», ma soprattutto perché la stessa azienda ha ammesso che l’incendio all’Afo1 del 7 maggio 2025 ha «disperso fibre di amianto». Finora sono state rimosse ben 6,7 tonnellate di materiale pericoloso, ma le 2 rimaste non sono in procinto di essere asportate: da un lato infatti società ha declared che quelle parti saranno rimosse solo a fine vita degli impianti e dall’altro l’Aia rilasciata nel 2025 dal Governo Meloni non impone alcuna operazione alla fabbrica a differenza dell’autorizzazione del 2017 che invece prevede lo smaltimento totale dell’amianto in fabbrica.