Caricamento player
Sabato 29 agosto in Islanda si vota in un referendum per decidere se riprendere o meno i negoziati per diventare un paese membro dell’Unione Europea. I seggi chiudono alle 22 (ora islandese, mezzanotte in Italia). Alle 20 ora islandese l’affluenza era superiore al 50 per cento in tutti i collegi, un dato alto se si considera che circa un quarto degli aventi diritto ha già votato con modalità anticipata.
La questione sottoposta al voto è divisiva: i sondaggi mostrano da mesi che le persone favorevoli sono un po’ più di quelle contrarie, ma i margini sono ridotti e il risultato è incerto. Il dibattito si è concentrato sugli ipotetici vantaggi e svantaggi economici, e la questione di gran lunga più discussa è stata il controllo dell’industria della pesca. A questa si aggiungono le crescenti preoccupazioni dovute alle minacce del presidente statunitense Donald Trump, che da mesi dice di voler prendere il controllo della vicina Groenlandia e si pone in modo ostile verso molti leader, europei e non solo.
In Islanda la pesca è un’attività economica importantissima. Impiega 4mila persone, su una popolazione di 400mila, costituisce quasi il 40 per cento delle esportazioni e circa l’8 per cento del prodotto interno lordo: vale quindi poco meno del turismo, cresciuto moltissimo negli ultimi 15 anni. Secondo molti islandesi, entrare nell’Unione Europea porterebbe il governo a perdere almeno in parte il controllo sulla pesca: temono per esempio che sarà l’Unione Europea a stabilire i limiti alla pesca delle varie specie, e che barche di altri paesi membri potranno pescare nelle acque che oggi sono sfruttate unicamente dall’Islanda.











