In Italia, diversamente dalla vulgata diffusa dall’ideologia liberistica, le imprese pubbliche non funzionano male. Ma se ve n’è una che andrebbe immantinente privatizzata, questa è la Rai. E l’ultima dimostrazione sta nella cacciata di Sigfrido Ranucci. Che sarà stato troppo ingenuo, o troppo furbo, la cui vicenda è ancora piuttosto oscura, e che pare attinto da un forte grado di narcisismo, ma che, allo stato attuale, continua a risultare la vittima di un attentato. E non si epura qualcuno che altri hanno tentato di uccidere: ma forse in Meloniland (il mondo al contrario) sì.
Non c’è nulla da fare, la Rai, impresa pubblica, finisce per essere sempre “impresa di governo” e le sue reti e i suoi programmi per trasformarsi in megafoni di propaganda della maggioranza, o persino di un solo partito di questa. È sempre stato così, anche se la legge attuale regolatrice dell’emittente pubblica, introdotta dal governo di Matteo Renzi, l’ha resa ancor più dipendente, di fatto, dall’esecutivo. Ma anche prima di allora, come non ricordare la Rai dell’Ulivo diventata, nell’ultimo anno avanti le elezioni del 2001, un megafono dell’esecutivo, e come non ricordare l’Editto Bulgaro di Silvio Berlusconi, e poi anni dopo le cacciate di conduttori di programmi Rai ai tempi del governo Renzi, giornalisti “di destra” (Nicola Porro) e di “sinistra” (Massimo Giannini).













