Il caso Lavitola-Ranucci-Report, al di là dei suoi risvolti specifici, riapre la questione dell’ingerenza politica nella gestione della Rai. Il fatto che tale caso riguardi la tv di Stato la rende ancor più rilevante agli occhi dei partiti. La destra dice: «Ma è possibile che Ranucci continui a condurre in modo discutibile un programma di una televisione pubblica?». La sinistra ribatte: «Si vuole silenziare Report, uno dei pochi programmi Rai ancora non in mano al governo!». Punti di vista legittimi politicamente. Ma, dopo decenni di domande dello stesso tenore (sostituite Ranucci e Report con quelli che trovate più appropriati pescando dalle passate polemiche), è chiaro che la vera domanda da porre è: «Ma perché deve esistere una tv di Stato gestita pesantemente dalla politica?».È un po’ che non si parla di privatizzare la Rai. A dire il vero, non se ne è mai parlato molto. La Rai è nata pubblica e perché mai dovremmo privatizzarla? In realtà, in un’economia di mercato come la nostra, la prima domanda dovrebbe sempre essere: «Ma perché questa azienda dovrebbe essere gestita dallo Stato?». Ci sono ragioni per cui la fornitura di un certo bene o di un certo servizio non potrebbe essere garantita, in regime di concorrenza, da imprese private? Insomma, l’onere della prova dovrebbe ricadere su chi pensa che la Rai debba essere pubblica.Non vedo una ragione chiara per questo. Si potrebbe dire che la Rai, soprattutto attraverso la fornitura di informazioni, svolge un ruolo pubblico. Oppure che l’informazione è un servizio così delicato che non lo possiamo lasciare interamente al privato, dato che il privato fa i propri interessi. Ma, con questa logica, dovremmo allora avere anche un giornale statale (la Pravda?), invece di tanti giornali privati. In ogni caso, la Rai pubblica non è certo una garanzia di informazione neutrale. Le continue polemiche sulla sua gestione, i cambiamenti abituali nella dirigenza Rai e nei direttori dei telegiornali a seconda di chi è al governo, le lotte all’interno della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi evidenziano chiaramente l’interferenza dei partiti nella gestione della Rai. Del resto, è stato sempre così, solo che nella Prima Repubblica prevaleva la lottizzazione (Rai 1 alla Dc, Rai 2 al Psi, Rai 3 al Pci), mentre nella Seconda Repubblica sembra prevalere il principio del “The winner takes it all”, sempre con qualche eccezione (vedi Report).Alcuni diranno allora che si dovrebbe rendere la Rai davvero indipendente. In fondo, nei principali Paesi europei esistono importanti casi di tv pubbliche con un’ampia autonomia dal governo (vedi Bbc nel Regno Unito). Ma, a parte il fatto che anche in questi casi si dovrebbe spiegare perché tali aziende, al contrario dei giornali o dei social, non possano essere gestite dal privato, sono decenni che la nostra politica ha dimostrato di non essere capace di garantire una gestione apolitica della Rai. Sembra difficile che ci riesca ora.Ultima precisazione. Lo Stato ha compiti fondamentali, compreso quello di fornire una pubblica istruzione o una sanità di alta qualità. Sollevo qui la questione della Rai perché la gestione politica di questa azienda si è rivelata fonte di troppe polemiche e, dal punto di vista della neutralità dell’informazione fornita, ampiamente inadeguata. Sarebbe ora di cambiare.