Quando Libero Grassi, trentacinque anni fa, decise di non pagare il pizzo e di annunciarlo pubblicamente, sapeva di essersi inflitto una condanna a morte. D’altra parte, i magistrati, i carabinieri, i poliziotti che avrebbero dovuto proteggerlo venivano a loro volta assassinati. È stato necessario il suo sacrificio e quello di magistrati, carabinieri e poliziotti perché lo Stato si destasse e dopo un lungo, drammatico cammino, riuscisse finalmente a proteggere i suoi servitori e gli imprenditori che resistono al racket della mafia.

Fondi per le vittime del racket, ma nessuno li vuole

Suscita rabbia profonda sapere che tanti, troppi, commercianti decidono di pagare il pizzo nonostante la possibilità di opporsi e di ottenere ogni necessaria tutela. Esiste pure un fondo di rotazione gestito dall’Irfis, l’istituto finanziario della Regione siciliana. La dotazione prevista è di quattro milioni di euro ma dall’inizio dell’anno non è arrivata alcuna richiesta.

I soldi dei commercianti per gli eredi di Riina

La mafia oggi ha bisogno di fare punti, di risalire la classifica della criminalità organizzata e rendere onore al proprio blasone. Pagare il pizzo significa dare a Cosa nostra energia e denaro fondamentali per il suo percorso di riconquista del potere. Significa darle concreta speranza per il ritorno ai “fasti” di Totò Riina e Vito Ciancimino. Diciannove anni fa, con l’arresto di Salvatore Lo Piccolo, saltò fuori l’elenco degli imprenditori che si erano piegati al racket. Centinaia di nomi con relativa tariffa. Molti di loro, convocati dagli investigatori, ammisero di avere pagato e colsero l’occasione, anche con il supporto dell’associazione Addiopizzo, di liberarsi dal giogo della criminalità. Sembrava un punto di non ritorno, sembrava la Liberazione dalla dittatura di Cosa nostra. Ma non era così. Troppi commercianti hanno ripreso a pagare e a tacere pur avendo la possibilità di ribellarsi. È una voglia di mafia che continua a fare proseliti e a danneggiare l’imprenditoria onesta.