La vera domanda, tuttavia, potrebbe non essere semplicemente chi abbia attaccato gli aeroporti britannici, ma potrebbe essere molto più complessa: chi ha ottenuto l’accesso, chi ha sottratto i dati, chi sta conducendo l’estorsione e, soprattutto, nelle mani di chi finiranno domani le informazioni di 8,7 milioni di persone? L’analisi di Antonio Teti
Il cyberattacco contro il Manchester airports group (Mag), società che gestisce gli aeroporti di Manchester, London Stansted ed East Midlands, non è soltanto l’ennesimo data breach ai danni di una grande organizzazione europea, ma rappresenta un caso interessante per comprendere come stia cambiando la struttura della minaccia cybercriminale e quanto sia diventato difficile distinguere l’autore materiale di un’intrusione dall’ecosistema criminale che successivamente monetizza l’accesso e i dati sottratti. Le informazioni emerse finora delineano uno scenario abbastanza preciso. Gli aggressori sarebbero riusciti a sottrarre informazioni relative a circa 8,7 milioni di clienti.
La maggior parte riguarderebbe indirizzi email acquisiti attraverso le registrazioni ai servizi Wi-Fi degli aeroporti, mentre per una quota degli utenti sarebbero stati compromessi anche numeri telefonici, indirizzi e targhe automobilistiche associate, tra l’altro, ai servizi di parcheggio. Gli hacker avrebbero inoltre avanzato una richiesta di riscatto, che Mag avrebbe deciso di non pagare. L’elemento fondamentale, però, è un altro: non risultano compromessi i voli né i sistemi direttamente connessi alla sicurezza aeroportuale. Di conseguenza, non sembra che l’obiettivo principale dell’operazione fosse produrre un’interruzione operativa, ma piuttosto quello di acquisire informazioni e monetizzarle. Una distinzione fondamentale perché, dal punto di vista della cyber threat intelligence, modifica radicalmente la lettura dell’attacco.










