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Giovanni Cortesi

La terapia sperimentale contro l’insorgenza di nuove recidive o metastasi. Elisabetta: «Dopo essere scampata al melanoma provo tutto quel che posso provare. È un’opportunità, sono fortunata»

Un puntino nero. «Lì, sul gluteo sinistro, dove prima non c’era. L’ho notato per caso, poi non ci ho più badato per mesi. Finché non ha cominciato a ingrandirsi, circondato da un nuovo alone rosso. Sono corsa a farmi vedere. Era un melanoma, e se avesse scavato qualche millimetro più giù sarebbe finito in circolo». Elisabetta ha 58 anni, è cresciuta a Cernusco ed è una degli 82 pazienti dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano che si sono sottoposti alla terapia sperimentale contro l’insorgenza di nuove recidive o metastasi a distanza. «Era l’inizio del 2024 — continua Elisabetta —. Dopo l’asportazione del neo, m’è stato proposto di partecipare a questa ricerca. Il pensiero è andato ai miei figli adolescenti. Ho accettato subito: “Provo tutto quel che posso provare”, mi sono detta. “È un’opportunità, sono fortunata”».Uno studio internazionale arrivato alla sua terza fase che ha coinvolto più centri di ricerca in tutto il mondo (Stati Uniti, Australia, diversi Paesi europei) e che consiste in un’aggiunta farmacologica: «All’immunoterapia standard (pembrolizumab) abbiamo unito il vaccino a mRna intismeran (prodotto da Moderna e Msd), che sembrerebbe contribuire a ridurre drasticamente il rischio di recidiva o metastasi dei melanomi sulla base di uno studio precedente», spiega Michele Del Vecchio, direttore dell’unità oncologica medica specializzata in questo tipo di tumori all’Istituto milanese. Che, in questo lavoro pionieristico, si è distinto in tutto il mondo: «Con 82 pazienti randomizzati (oltre al pembrolizumab, 1 su 3 ha ricevuto solo un placebo, ndr), siamo il centro che ha contribuito di più».«Durante le cure ripetevo col sorriso: “Entrerò nella storia” — racconta Elisabetta —. E sono certa di aver ricevuto il vaccino: ho avuto la febbre, più vari effetti collaterali. Ma, a distanza di più di due anni, sono qua a raccontarlo».«Era la fine del gennaio 2020, poco prima che l’Italia chiudesse per il Covid», ricorda Eugenio, 57enne che vive e lavora a Milano da 25 anni. «Tutto è partito da un neo sulla guancia, proprio sotto l’occhio — aggiunge —. Dopo la sua rimozione, quattro anni più tardi ho scoperto di avere una metastasi singola al polmone». Rimossa chirurgicamente anche quella, a Eugenio è stata proposta l’immunoterapia in associazione al vaccino a mRna: «La mia unica paura era il tumore. Sapevo che era una cura all’avanguardia». Il dottor Del Vecchio, a questo proposito, ricorda: «È un vaccino costruito sul singolo tumore di ogni singolo paziente». «E poi potevo aiutare la ricerca in un campo promettente: a partire dal melanoma, si stanno aprendo nuovi orizzonti per la cura del cancro», conclude Eugenio.