Passamontagna per non farsi riconoscere, torce frontali nel buio spente appena arriva la Polizia locale con tanto di fuga tra la vegetazione. Le testimonianze sui pescatori abusivi al Parco delle cave sono tante ma l’impressione è che non ci sia modo di fermarli, nemmeno in un’area vocata a mitigazione ambientale e tutela della biodiversità.
A evidenziare le difficoltà è Antonio Frassine, presidente della sezione provinciale della Federazione italiana pesca sportiva cui è stata assegnata nel 2025 la gestione della Casa del parco per quattro anni, con il compito di garantire un presidio del lago e coordinare l’uso degli ambienti con le altre associazioni. Tra le attività, anche corsi di pesca “no kill“. "Il bracconaggio esiste in tutte le acque pubbliche o private – spiega Frassine – Quando le nostre Guardie ittiche volontarie fanno i controlli qualcuno scappa, qualcuno viene sorpreso e allontanato. Ma questi laghi sono molto grandi e chi fa pesca di frodo si posiziona in punti dove ha una visuale buona per scappare".
Le Guardie ittiche volontarie "sono ventidue in tutta la provincia. Ce ne sarebbero sette che hanno superato l’esame dopo l’ultimo corso, ma stiamo aspettando il giuramento dal prefetto perché diventino operative. Anche la Polizia provinciale è stata ridotta tantissimo. Si possono mettere fototrappole, ma quante ne servirebbero? Una vigilanza a pagamento avrebbe costi abnormi. Purtroppo è una convivenza che si cerca di tamponare, ma non si può evitare". Come la pesca, è vietata anche la balneazione, ma anche questa regola viene spesso ignorata anche con conseguenze tragiche. "L’acqua sembra ferma – spiega Frassine – ma ci sono correnti e temperature diverse che possono diventare un pericolo". Anche in questo caso, controlli a tappeto sono impensabili ma servirebbero momenti informativi sui rischi nei luoghi senza vigilanza nelle scuole e tra le famiglie.







